Dopo il “divertente ma sono a posto così per il resto della vita” della Vogue Fashion Night Out milanese, quest’anno ho cestinato con una certa soddisfazione gli inviti per l’edizione 2012.
Ci volevano le ragazze di Cosebelle per smuovermi dalla poltrona, farmi salire su un treno per Firenze, cancellare ogni pregiudizio sul maledetto acronimo VFNO e partecipare alla prima edizione fiorentina della “magica notte Vogue”, ben disposto soprattutto dal fatto che sulla mappa bianco-rossa degli eventi disseminati per i negozi del centro storico, l’opening del nuovo atelier del giovane fashion designer Michele Chiocciolini fosse un puntino isolato, per meglio dire appartato, rispetto ai grandi nomi capaci di attirare folle di fashionisti urlanti, lampeggianti clusters di blogger dall’autoscatto facile, calpestio forsennato, bicchieri di plastica pieni di imbevibili giochi cromatici, milioni di bytes al secondo a intasare i server di Instagram, il tutto in mezzo a frotte di turisti in ciabatte, signore semi-mummificate dalle acconciature acrobatiche, uomini unti in mocassini: la versione ristretta, contemporanea e da incubo della festa mobile per una generazione altrettanto perduta di quella di Hemingway e Fitzgerald, ma per ben altri motivi.

E dal suo puntino appartato sulla mappa di Firenze, zona Santa Croce, Michele Chiocciolini, trent’anni, l’aria di uno che si perde tra i vicoli della città per guardare le nuvole, gli occhi di chi sa quanto vale ma preferisce tirare fuori dalla tasca una matita per fare disegnini buffi e strapparti una risata piuttosto che stupirti con paroloni e teorie filosofiche, ha dimostrato che non serve una firma quotata in borsa per attirare folla, riempiendo il suo nuovo atelier di un festante, variopinto muro di gente, ben felice di rimanersene lì (c’è qualcosa di più slow dello starsene fermi in un posto dove dopo due minuti ti rendi conto di volerci passare l’intera serata?).

Michele ha partecipato alla VFNO fiorentina per due motivi: l’opening del suo nuovo atelier, appunto, e la presentazione di una piccola capsule-collection di borse, abiti da donna e camicie da uomo – sulle tonalità sul bianco, sul blu navy e sul rosso, stile bandiera francese o americana – che prendono il la da una serie di disegni realizzati da lui stesso, architetto prestato (meglio dire donato) al fashion design con una passione per la grafica e la pittura.

Ciao Michele, quando hai iniziato il tuo lavoro di fashion designer?

Sono tre anni, anche disegno da sempre. Un po’ di tutto: oggetti, cose… Ho fatto il Liceo Classico e lì disegno non c’era, quindi riempivo i libri di greco di schizzi.

I classici disegni sui bordi delle pagine [ho una Divina Commedia piena di diavolacci, foglie di marijuana e tette, n.d.r.].

Non solo sui bordi [ride], anche in mezzo alle pagine…
Ho sempre dipinto, fin da bambino. Ho fatto anche delle mostre ma non ho mai pensato di fare il pittore! Ora mi divido tra la moda e la grafica. E continuo a disegnare, soprattutto per le stampe e le stoffe, oltre che per diletto.

Oggi quando dipingi, a differenza di quando lo facevi per pura passione, lo fai pensando già ad una trasposizione sui tuoi abiti o le tue borse?

Non voglio proprio pensarla così perché altrimenti non mi sembrerebbe più arte ma una sorta di “bricolage”. Qualcosa del genere “Art Attack” [ride].
Diciamo che se un’opera che realizzo mi piace allora penso a come portarla in ambito moda. Altrimenti un quadro rimane un quadro e una grafica rimane una grafica. A volte invece il connubio funziona, come nella mia prima collezione, dove alcuni miei quadri erano proprio stampati su stoffa.
Oggi però ad esempio non lo farei più. Sai come funziona… Fai una cosa e dopo qualche tempo non ti piace più. Passi oltre.

Miriam [Lepore, di Cosebelle, tra le organizzatrici dell’opening] mi ha raccontato che la grafica da cui sei partito per la mini-collezione di borse realizzate appositamente per l’evento nasce da uno schizzo fatto in pochi minuti su un foglio di carta.

Sì, li ho disegnati con la matita rossa e blu. Quella tipica da maestra, per intenderci. Da architetto non viaggio mai senza!

[Passano di lì un signore e una signora. Entrambi di mezza età. Cercano Michele per salutarlo e fargli i complimenti. Lui va ad abbracciarli poi torna da me.] Sono tuoi parenti?

Loro sono praticamente i miei zii. Però non sono veramente i miei zii. Ho tutti questi zii acquisiti. Lui [il signore] è mitico perché mi ha fatto tutti quei rubinetti con le lucette dentro.

E gli animali? Dalle stampe all’arredamento del tuo spazio sembra che tu abbia una vera passione, per non dire feticcio.

Sono cresciuto in città, qui a Firenze, ma la mia famiglia è di un paesino sull’Appennino e da piccolino ero circondato da pecore, asini, cavali, maiali, conigli, anatre, oche, galline…
Per me era normale andare sull’asinello, prendere le uova, giocare con i coniglietti.

Torniamo al tuo percorso creativo. So che prima di studiare architettura ti sei iscritto a giurisprudenza. Poi hai capito che stavi sbagliando strada?

In realtà non so perché mi sono iscritto a giurisprudenza…
Ero abbastanza bravo a studiare. Non feci il test di architettura perché non avevo voglia di studiare d’estate, mentre tutti i miei amici se ne andavano via. Molti di loro sono andati a giurisprudenza e io li ho seguiti quasi senza pensarci.
L’anno dopo stessa storia. Sono arrivato a settembre senza studiare per il test d’ingresso però mi sono preso un anno sabbatico, durante il quale ho fatto di tutto, pure il muratore.
Alla fine ho deciso di fare ‘sto benedetto test e su 850 sono arrivato primo! Poi però sono diventato un pessimo studente perché ci ho letteralmente “stagnato” dentro a quella facoltà.

E come sei passato da architettura alla moda?

Mia nonna faceva la sarta. Aveva una casa piena di stoffe e da piccolo vivevo con lei e mio nonno. L’altra mia nonna invece veniva da una famiglia che storicamente commerciava in stoffe – quindi c’erano miei avi che giravano con il cavallo a vendere stoffe porta a porta.
La mia bisnonna poi ha aperto un negozio di merceria e quando è passato a mia nonna è diventato una sorta di tipico negozio d’abbigliamento anni ’50.
Io e mia sorella recentemente abbiamo riaperto il negozio, che però è più che altro un piccolo bazar. Lì non vendo le mie creazioni ma tengo tutto quello che mi piace acquistare.
Il posto è in campagna, in una cittadina di villeggiatura dove magari capita di vendere un mobile a una signora olandese e di metterti a raccontarle tutta la storia di come il mobile è arrivato lì…
Fondamentalmente si tratta di un posto aperto solo d’estate, ad agosto più qualche altro giorno sparso qua e là durante l’anno.

Un “temporary shop” formato bucolico.
[Ride]. Sì però è comunque un bazar, niente più. Ma è una continua fonte d’ispirazione perché l’ho arredato io usando scatoloni, andando a frugare nelle soffitte, nei soppalchi. E’ un luogo dove la follia regna sovrana.

Prima mi raccontavi del paesino dove stavi da bambino.

Sì, è sull’Appennino e si chiama Castagno d’Andrea. E’ il paese natale del pittore quattrocentesco Andrea del Castagno, pittore di bottega fiorentina che tra l’altro è mio antenato. Si dice fosse anche un assassino [ride, ridono tutti quelli che stanno lì intorno – chissà se il DNA… – ma Michele sembra uno assolutamente incapace di far del male ad una mosca].

Quindi Firenze, Castagno d’Andrea e mi pare che tra i “tuoi luoghi” citi anche New York.

Sembra banale ma tutti dicono «vai a Berlino che…», «Parigi adesso…», «Londra è in continua trasformazione…». E tu ci vai e in effetti sono città bellissime. Ovvio che lo siano.
Però New York… Arrivi alle sei di sera e trovi un tramonto che ti toglie il fiato. Entri a far la spesa e magari ti sembra di essere in un negozio degli anni ’50 di qualche posto sperduto e invece sei nella metropoli, nella nuova Roma.
Poi lo trovo un posto dove puoi riuscire a farti nuove amicizie molto facilmente. Ovviamente dipende dalla persona. Per dire, sto in questa strada da due mesi, per sistemare l’atelier, e conosco già tutti.

A proposito di questa via, come mai hai scelto una zona piuttosto al di fuori dalle vie più commerciali della città?

Ho cercato il posto giusto per il mio atelier per un anno e mezzo, senza trovare niente che mi emozionasse davvero. E ne ho visti tanti! Anche perché un’altra delle mie passioni è quella per le case. Non mi riferisco al fatto di ristrutturarle. Parlo degli spazi. Credo di essere l’incubo degli agenti immobiliari.
Ad un certo punto qui in via del Fico ho visto questo garage che costava poco ed una volta entrato, quando ho visto il sole – e avere il sole in centro a Firenze a pianterreno è una magia, è rarissimo – ho capito che era il posto per me.

Un tempo era una scuderia, giusto?

Sì, ci sono ancora i ganci ai muri, lo scolo per la pipì dei cavalli. Quando ho iniziato a risistemare, tirando via gli intonaci, sono venuti fuori degli azzurri che poi ho scoperto che servivano per far star bene i cavalli, per farli stare tranquilli.

Prima della ketamina si verniciava il soffitto d’azzurro…
[Ride]. Comunque non sono affreschi, quindi era inutile restaurarli e allora li ho semplicemente fatti uscir fuori. Ci sono cinque strati d’intonaco e così com’è ora dà un bell’effetto.

Come lo userai il posto? Oltre che come atelier farai anche eventi, mostre?

Ho una sarta che mi aiuta a confezionare gli abiti. Io – lo dico sinceramente – sto imparando ora a fare a fare qualcosa, le cose più semplici, tipo i cartamodelli. Studiare architettura, in questo, mi è servito. Anche perché se per le camicie le misure sono fondamentali – c’è uno studio molto più lungo dietro – gli abiti da donna oggi sono soprattutto una questione di volumi e lì riesco a cavarmela abbastanza bene. Ma ogni volta che imparo qualche tecnica nuova dico alla sarta «fammi provare!» e lei mi lascia fare ma subito dopo mi manda via dicendomi «faccio io che è meglio!».
Il laboratorio sarà allestito nella stanza adiacente mentre la stanza più grande rimarrà uno spazio per l’esposizione dei capi oltre che, magari, venendo fuori da un mondo di architetti – con amici che fanno i fotografi, dipingono, fanno moda – essere adibito pure a lavori in collaborazione con altri, portando gente da settori diversi.

Sul nostro sito abbiamo pubblicato, prima dell’estate, una lettera-sfogo di un giovane fashion designer contro il sistema moda (fornitori, produttori, showroom, negozi, media), lettera che ha scatenato tantissime reazioni, soprattutto di solidarietà, nonché qualche proposta come il consorziarsi tra piccoli. Vuoi raccontarmi come hai iniziato e quali sono state le tue problematiche?

Come dicevo è da poco che sono entrato in questo mondo e fino a pochi mesi fa non mi sentivo pronto per propormi al pubblico e al mercato. Ho fatto un percorso personale. Ho iniziato a lavorare insieme ad una sarta soprattutto per capire cosa si potesse e non si potesse fare, in modo da non fare richieste assurde a chi lavora con me. Sono andato nei negozi di tessuti, nelle pelletterie… Volevo capire, prima di propormi, come funzionava questo mondo.
Poi ho avuto due negozi amici, in punti pure abbastanza buoni della città, che hanno visto le mie cose ed hanno deciso di proporle ai loro clienti.
Ora sto iniziando a vedere i frutti, persone interessate. Ad esempio c’è un bellissimo negozio di Firenze che ha visto le pochette e le vuole.
Sono stati comunque due anni un po’ strani. Lavoravo in casa, avevo voglia di lanciarmi ma non ne ero del tutto sicuro. Poi anche grazie a dei buoni consigli che ho ricevuto ho capito che era meglio aspettare e fare le cose con calma e per bene.
Adesso, avendo uno spazio, avendo imparato ad organizzarmi bene, mi sento pronto.

Pensi che il consorziarsi tra giovani fashion designers possa funzionare? Uscendo dalla solita dinamica showroom/fiera/negozio.

Non so, per ora io voglio mettermi in competizione. Come a scuola. Quando fai del tuo meglio e quando vedi gente che fa lavori bellissimi ti congratuli e cerchi pure tu di fare ancora meglio.
Riguardo al collaborare, se riuscissi a farmi un nome preferirei piuttosto andare a lavorare per qualche grande firma. E’ una cosa alla quale ora non penso minimamente e la vedo ancora lontana – soprattutto perché amo fare le mie cose – ma mi piacerebbe lavorare, in maniera attiva, per qualche grosso marchio. Imparando davvero qualcosa. Quindi non facendo uno stage dove poi ti mettono a fare fotocopia, contando sul fatto che sarai comunque scrivere sul cv che hai lavorato da McQueen.
Nel frattempo vado avanti per la mia strada e cerco di fare, fare, fare, anche perché ho trent’anni e questo è un mondo che va molto di fretta.

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