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L’enciclopedia del kitsch

Fai un giro di 360° con la testa e guardati bene attorno. Vedi di qualcosa di kitsch? Hai guardato bene tra i ripiani della cucina, sopra i mobili, il famigerato centrotavola? Cos’è quella cosina luccicante sulla mensola? E, se stai in casa, le ciabatte che hai ai piedi? Per essere sicuro/a accendi la tv. Perché come spiega la Treccani «il Kitsch non è una cosa, ma un atteggiamento dell’uomo nei confronti delle cose». Quindi «c’è un Kitsch del film dell’orrore, un Kitsch dell’atto di eroismo, un Kitsch dell’emozione turistica, un Kitsch della pasticceria, un Kitsch della letteratura e via dicendo».

Kitsch – come lascia sospettare quell’affollamento consonantico che è il sch (l’inglese di solito se la cava più a buon mercato, con un sh o un ch) – è una parola tedesca e deriva da kitschen, che significa “togliersi il fango dalle scarpe”. Il termine kitsch venne coniato dagli antiquari bavaresi (popolo, questo, che di kitsch se ne intende) a fine ‘800 per definire spregiativamente le riproduzioni senza valore dei mobili antichi, i cosiddetti mobili in stile tanto cari alle bisnonne, ed i quadri senza valore, le croste.

Il kitsch, negli ultimi 150 anni, ha riempito il mondo e su di esso è stato detto e scritto di tutto. Un punto di vista interessante è quello di Kundera, che in quello che è stato uno dei best sellers tra le famiglie benpensanti sinistrorse italiane negli anni ’80 (e lettura adolescenziale più che scontata dei loro eredi) – mi riferisco ovviamente a L’insostenibile leggerezza dell’essere (a cui mi sento di addossare la colpa per aver rotto la diga, aprendo la strada a titoli italioti facili e kitsch a loro volta come La solitudine dei numeri primi, tutta la produzione di Moccia e numerose derive cinematografiche, una su tutte il mucciniano Come te nessuno mai) – scrive:

«Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare. Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nelle memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato! La seconda lacrima dice: com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato. […] Il vero antagonista del kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.»

Parte proprio da questa citazione il progetto di Sara Cwynar (a proposito di affollamenti consonantici…), graphic designer newyorkese che si è messa in testa l’idea di stilare un’enciclopedia ragionata del kitsch. Idea che grazie all’autoproduzione è diventata una fanzine.
Per informazioni: [email protected]

co-fondatore e direttore
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