La lettera di sfogo di F.D. – il suo j’accuse contro il castrante Sistema Moda italiano che sembra accanirsi contro i giovani fashion designers – ha scatenato una discussione dalle dimensioni tanto ampie (quando inaspettate) da convincermi ad approfondire la questione, dando spazio a quei punti di vista che hanno contribuito ad alzare il livello del dibattito, a formulare ipotesi e a cercare soluzioni che possano un domani permettere a chi intraprende questo mestiere di non affogare nell’oceano pieno di squali che è il mondo dei fornitori, dei produttori, degli showroom, dei negozi e dei media.
Dopo la sacrosanta pars destruens arriva il momento di rimboccarsi le maniche ed iniziare a proporre e costruire.
E’ con estremo entusiasmo, dunque, che lascio la parola a
Chiara Formenti, giovane imprenditrice che del settore ha già un’invidiabile esperienza. Chiara qualche idea su come non affogare o finire in pasto ai pesci più grossi ce l’ha.

E alla fine arrivarono le sardine.
E vissero tutti felici e contenti…

Le sardine sono pesci molto piccoli, gustosi e sani. Chi non conosce le sardine? Tutti sanno cosa sono.
Le sardine per difendersi e vivere si raggruppano in branchi enormi, migliaia di esseri disciplinati che seguono correnti e solcano il mare per chilometri.

Sono Chiara, sono una donna e una mamma, insieme alla mia socia Justine abbiamo aperto un piccolo blog e fondato un’altrettanto piccola agenzia di comunicazione ed ora vi spiego perché le sardine mi stanno simpatiche.
Nei giorni scorsi FrizziFrizzi ha pubblicato un articolo che in molti di voi avranno letto, uno sfogo, un’analisi lucida e graffiante di un giovane imprenditore e lo chiamerò così e non Fashion Designer, imprenditore è la definizione più giusta in quanto ha deciso di imprendere un’attività profittevole che ora profitto non genera, ma al contrario lo pone di fronte a situazioni a dir poco castranti.

Ho letto con passione quel pezzo perché ho rivissuto le stesse difficoltà e le stesse incomprensioni che quasi ogni giorno mi trovo, o mi sono trovata ad affrontare in prima persona o per vie traverse. Sono problemi pesanti soprattutto per chi ci mette il cuore, non solo il danaro e la competenza tecnica. Non c’è nulla di più frustrante nel non vedere il proprio lavoro riconosciuto e rispettato, ma al contrario bistrattato e posto in ombra, ostacolato per motivi ignoti, deriso quasi; in più c’è crisi, la crisi che erode ricchezza, ma che troppo spesso viene usata come ignobile scusa per deviare investimenti o rimandare pagamenti. Eppure è lavoro! Sarà poco, non farà i numeroni eppure è lavoro e mi par di ricordare che la nostra è una Repubblica che si fonda proprio su questo.

In questa Italia alla deriva, in questo Paese che non premia il suo Made in Italy eppur valica gli oceani per sbandierare illusioni tricolori, come potrà un imprenditore far partire la propria impresa realmente Made in Italy? Come potrà tirare uno schiaffo sonoro ai fornitori furbi ed ai media stanchi?
Diventando una sardina, muovendosi in branco, imparando a deviare i predatori e sfruttando le correnti per poter viaggiare più velocemente e lontano.
Io credo fermamente nel branco, traducendo questa parola in termini 2.0 otteniamo null’altro che network, un termine così in voga, abusato, mai ben capito.
I giovani (o meno giovani) imprenditori del Sistema Moda Italia non fanno sistema, non fanno networking, non si riuniscono in branco, non costituiscono una massa critica che realmente possa portare loro beneficio sotto moltissimi aspetti ad esempio:

Maggiore potere contrattuale con i fornitori.
Maggiori garanzie per accedere al credito.
Maggior possibilità di reperire consulenze vitali per l’impresa.
Maggior potenza mediatica.
Maggior rilevanza politica
Maggiori garanzie di qualità.

Questi sono, a mio parere solo alcuni dei vantaggi che si potrebbero ottenere dall’unione di più realtà in maniera organizzata e con una visione di lungo periodo, fattiva e concreta.
Unirsi per scambiarsi opinioni è bellissimo, sfogarsi e lanciare anatemi via social network è confortante, ma rimane sempre una situazione aleatoria.

In più c’è un’altra cosa che possono fare le nostre belle sardine e cioè escludere dalle proprie rotte i fornitori incapaci, i media recalcitranti e le banche sonnolente. Per fare questo c’è bisogno di una costante ricerca ed in questo modo si possono fissare degli standard, nuove regole perché di un nuovo sistema c’è bisogno. Serve maggiore consapevolezza del patrimonio di know how che possediamo in casa nostra, serve dare spazio a chi davvero sa lavorare su tutta la filiera e sfruttare al meglio i gap di produzione o comunicazione.

Non è più pensabile lavorare sulle stagioni.
Non è più pensabile imporre un prodotto
.
Non è più pensabile non essere sostenibili.
Non è più pensabile non usare la Rete in modo profittevole.

Sono cambiati i linguaggi, definitivamente. Sono cambiati anche i consumatori, io stessa sono consumatrice più consapevole dal cibo all’abbigliamento, dalle piccole cose ai grandi viaggi e con chi devono parlare le mie bene amate sardine? Col mondo intero, rimanendo con le radici salde nel proprio Know How territoriale e questo sapere va esaltato e salvato dai furbi.
Possiamo andare avanti a lamentarci delle tasse, dei vecchi leoni che non mollano gli scranni, delle fiere a numero chiuso, dei negozianti col Cayenne ed i conti in rosso, dell’artigiano schiavista ed inetto, del giovanotto pecorone che spende centinaia di euro per una maglietta con il logo.
Possiamo andare avanti a farci prendere in giro da tutti loro? Lo vogliamo davvero?

È necessaria dunque una seria presa di coscienza da parte di tutti, in primis sono i piccoli e nuovi imprenditori della moda che devono meditare su loro stessi e fare dei piani d’azione seri ed alternativi, nonché proporre dei prodotti o contenuti che rappresentino realmente qualcosa di nuovo sia i termini stilistici che intriseci. In secondo luogo sono le persone come me e tanti altri che devono trovare mezzi alternativi per passare sopra le orecchie dei più grandi, passin passetto, giorno dopo giorno come formichine fastidiosissime, mi ci metto in mezzo perché anch’io ho la mia fetta di responsabilità sulle spalle.

I social network non sono la panacea a tutti i mali.
Una comunicazione fatta bene non deve prescindere dalla perfetta conoscenza di contenuto e contenitore.
La visione e la missione devono essere pilastri portanti per qualsiasi azione, se non le avete lasciate perdere.
I risultati migliori sono quelli che si assaporano lentamente.
I contenuti migliori sono quelli che arrivano dall’esperienza condivisa.
Con la poesia non ci riempi il frigorifero.

E dunque? Unitevi, uniamoci, creiamo questo network, incontriamoci, discutiamo su come fare.
Formiamo un branco d’eccellenza che sia una valida alternativa allo status quo.
Diamo voce reale alle piccole realtà, non solo un brusio di sottofondo sconnesso e talvolta iroso.

Io conosco un’Italia bella, la conosco davvero al di là di tutto ciò che ho scritto sopra. Ho lavorato con delle persone che piuttosto che darti un divano (sì un divano) con la cucitura storta lo rifaceva daccapo, ed ora sto conoscendo delle realtà piccolissime e meravigliose capaci di creare con le mani e l’intelletto oggetti incredibili. Conosco donne che con forza e determinazione portano avanti imprese fondate su eticità e rispetto e uomini di buona volontà, come Simone, che si appassionano al proprio lavoro ogni giorno e sempre di più.

Le basi ci sono, che si fa? Partiamo? Vuoi vedere che ci salveranno le sardine?