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Pensare alla vita, a 200 km/h sopra ad una Maserati (seconda parte)

(…segue)

“Il vento, troppo vivo, m’impediva di disegnare: in allegre folate arrivava dall’angolo della mia piazzetta lastricata; cosicché risalimmo in automobile, e ripartimmo per luoghi che m’erano sconosciuti.
La lunga strada saliva su per le colline, e con essa saliva la macchina, e per tortuosi giri ci librammo tosto alti come uccelli a volo.
Quanto diversa era questa dalla macchina che la signora Van Hopper prendeva a nolo per la stagione: una vetusta e monumentale Daimler che in certi placidi pomeriggi ci portava a Mentone ed io, accoccolata sul seggiolino voltando le spalle al guidatore, ero costretta a torcere il collo per vedere il paesaggio.
Questa macchina aveva davvero le ali di Mercurio; sempre più in alto salivamo, a una perigliosa velocità; ma io mi godevo il pericolo, perché era per me una novità”…

(da La prima moglie di Daphne Du Maurier)

***

Preparazione lampo per la cena al ristorante museo a Firenze, che chiude le celebrazioni del mio secondo giorno di avventure, dopo un arrivo roboante sul pavet delle costipate vie del centro, sempre più dentro fino al Grand Hotel Villa Medici, con l’usciere in livrea gallonata a dirigere le manovre di parcheggio per la foto da cartolina che non ho fatto.
Tutta la città nel mio immaginario è una entità viva coperta di polvere, a metà tra come appare nei romanzi di Vasco Pratolini (quelli che ho letto, perché Vasco Pratolini tutto sommato lo trovo pesantuccio e non mi incoraggia molto a guardare al futuro) e come me la ricordo dalle gite scolastiche.
I miei ricordi della città da adulta non esistono, rimossi tutti, e chissà perché!

Cotta di sole, anestetizzata dall’aria condizionata dell’abitacolo e distratta da una conversazione mondana e passiva con una giovane signora sudafricana che lavora nelle risorse umane e ha l’hobby delle cornici fatte a mano, ma che soprattutto indossa delle scarpe da ginnastica che in questo preciso istante le ruberei, si cammina sui tacchi alti lottando contro l’acciottolato (clog clog, è una lotta impari) dell’impiantito medievale.
Chiusa nel mio soprabitino ignifugo allacciato fin su con tanto di cintura annodata a doppio giro, francamente non vedo l’ora di posare tutti gli ammennicoli di cui mi sono accessoriata e sanamente sbracarmi a tavola davanti ad un bicchiere di acqua fresca, e perché no, con le bollicine.

Non ancora. Si cammina un altro pochino, ma almeno nel serpentone umano che mi ha inglobato, al passaggio pedonale sulle strisce, fingo di perder l’attimo e approfitto della distrazione del semaforo per cambiare compagni di conversazione.
Proviamo. Questi due, che saranno tra breve anche miei commensali, sono una coppia di giornalisti di origini francesi che vive a Beirut (come sarà vivere a Beirut?), lui scrive di economia e politica, lei di life-style e di gioielli (ispirerà questa città per scriver di gioielli?), non vedono Firenze da tanti anni e su di lei fanno pensieri romanticissimi, me la descrivono come centro di eccellenza italiana e cultura internazionale, una cosa che in quest’aria calda e umida di fine maggio (più umida ancora col soprabitino ignifugo) mi illanguidisce e mi rende meno lucida. Partecipo del loro entusiasmo, ma sono a mezzo servizio.

Dicevamo, il caratteristico ristorante-museo. Nome soffocante, Alle Murate… Magari nel linguaggio locale non avrà il significato che gli attribuisce il mio immaginario macabro, altrimenti a chi veniva in mente di aprirci un ristorante?
Chi saranno allora sté “murate”, se non un gruppo di sepolte vive in una non troppo lontana epoca in cui ad esser se stessi si rischiava la pelle?
E non è nemmeno troppo diverso da oggi, solo che oggi, a cascare è la testa.

Rapita dagli affamati, senza troppi complimenti smistati nel seminterrato, mi ritrovo ad accettare l’invito sbagliato (capita) e mi siedo ad una tavolata già compiuta, infervorata e con la tendenza ad intrattenersi in conversazioni spinose.
Coinvolta su due binari opposti, che han per argomento la situazione siriana da un lato e le tendenze del ballo latino americano a Dubai dall’altro, per non rischiare di espormi in maniera superficiale o dannosa, mi impongo di partecipare solo se interpellata, ritrovandomi come era prevedibile, facile preda della disperazione, a canticchiare convinta Alejandro di Lady Gaga al mio vicino di gomito che sguaiatamente batte il tempo.

A questo punto, l’incidente diplomatico mi avrebbe dato più soddisfazione, invece mi son guadagnata l’invito a finirla subito con la cena per metterci in cerca di un locale disposto a preparaci un Dudu, una serie di Dudu per l’esattezza (le cronache lo annoverano come uno shortino molto in voga in Quatar) per ballare salsa, bachata e merengue fino a colazione (il tutto quando io sono senza dubbio più interessata alle merende a base di meringa).
Comunque, deliziosa e degna di nota la conclusione della cena, un dolcino delicatissimo a forma di cialda per il caffè, di ricotta profumata agli agrumi e salsa ai lamponi, roba che sparisce in un bocconcino, come il Dudu che nella notte sprigiona scintille.

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