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Pensare alla vita, a 200 km/h sopra ad una Maserati

“Questo aveva cambiato tutto in un momento, anche se per un po’ lui era rimasto a fissare stupidamente il tergicristallo che ronzava correndo da un punto all’altro del semiarco con una frenetica impassibile rapidità, osservando sul parabrezza la pioggia che per un attimo veniva ributtata oltre i confini di quel mezzo cerchio e come subito cercasse di riprenderne voracemente possesso: sembrava una specie di lotta puntigliosa, fra il groviglio delle gocce e la spatola del tergicristallo che, un poco allentata, sbatacchiava con un borbottio di pentola in bollore; doveva proprio farlo riparare,ma già, avrebbe dovuto addirittura cambiare tutta la macchina, da parecchio ci andava pensando e la stessa Valeria gli aveva dato il permesso, dopo quella storia della Maserati, ma ora Vittorio aveva parlato e aveva detto quel che doveva dirgli e questo anche se non l’aveva copiato da uno dei suoi romanzi francesi ormai cambiava ogni cosa”.

(Da Una spirale di nebbia di Michele Prisco)

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Appena partita per un week end infrasettimanale all’altezza di una aspettativa alle stelle, ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa già in treno, nel mio accaldatissimo viaggio che avrebbe cambiato per sempre le mie prospettive di guida (e idealmente forse anche le mie modalità, se non di guida, almeno di approccio alla stessa).
Non male per una che ha preso la patente, tardissimo e per sfinimento (di chi?), e per una questione, ad un certo punto, di dignità.

Ma tant’è, hanno mandato proprio me al Master Maserati sull’Italian Life-Style Experience, una immersione esclusiva in un evento molto interattivo per vivere appieno gli stereotipi del Made in Italy in materie quali arte, moda lusso e belle macchine, con buona pace degli istruttori di guida sicura del team Maserati, che magari avrebbero preferito un allievo di altro tipo, più motivato ad approfondire le prestazioni dei veicoli (in effetti ad oggi non mi è capitato tutti i giorni di guidare vetture così), che concentrato invece a gironzolare senza costrutto, sottoponendo tutti a una raffica di domande apparentemente senza senso… ma per fortuna qui ci sono solo uomini di mondo che non si stupiscono più di niente.

Ovviamente sono stata ben felice di ricevere l’onore di rappresentare Frizzifrizzi in questa circostanza internazionale, al punto che quasi mi mancano le parole appropriate per raccontare cosa ho provato in una parentesi così aliena alla mia settimana abituale, un affascinante fuori-programma prolungato e itinerante, tra città d’arte e shopping ricercato, circuiti automobilistici, residenze storiche e tenute nobiliari nella campagna toscana secolare.

Potrei sempre affidare le prime battute del mio arrivo in albergo a Parma (il Grand Hotel De La Ville) al contenuto degli sms che ho mandato (a tutti quelli che mi conoscono) appena preso possesso della stanza, ma il mio senso del dovere di cronaca non è così sviluppato da vincere anche il mio desiderio di riservatezza.

In pratica la mia avventura è entrata nel vivo dopo una doccia ed un imbarazzante faccia a faccia con uno specchio concavo sopra al lavandino, brutto maleducato, che coi suoi modi ruvidi ha persino provato a diffidarmi dal presentarmi all’aperitivo di benvenuto.
Ma chissà poi chi era quella buffa creatura annidata tra i sanitari, irsuta e coi pori dilatati e quelle piccole antipatiche orecchie a sventola….
Gocciolante e pericolosamente indietro sulla tabella di marcia come al solito, davanti alla mia valigia stipata, impudicamente aperta sulla moquette d’albergo, per decidere come combinarmi per la serata garantita friendly, mi sono resa conto subito di aver male assortito il suo contenuto.

Per le prossime trasferte dovrei imparare a portarmi dietro solo ed esclusivamente tute intere in diversi colori e a ripensamento zero. Sarebbe una grande svolta per il futuro girare con un kit composto da una tuta pigiama, una tuta matinée, una tuta cocktail, una tuta little black dress e una tuta gran soirée, che confortevolezza e che spasso (per gli altri)!

Alla fine, tutto sommato e tutta in nero, mi son decisa a scendere e a fare il mio ingresso in sala, con tutti seduti e a discorso di benvenuto già iniziato, mi faccio sempre riconoscere, ma chi già mi conosce lo sa già, e questo è spesso un bel vantaggio.

Arrivata alla cena, acclimatata e a presentazioni fatte, mi son potuta finalmente rilassare e godere la compagnia, ovviamente solo dopo aver giocato al periscopio, un pessimo vizio che non mi toglierò penso più, che consiste in una panoramica perlustrativa per fare una bella mappatura territoriale, in questo caso della sala disseminata da piccole costellazioni di tavoli rotondi con un numero di commensali variabili dagli otto ai dodici e provenienti da ogni angolo del pianeta.

Piatti gustosi, (anche se forse un po’ troppo “continentali” e un po’ meno italiani in senso stretto), e chiacchiere di circostanza con la coppia inglese alla mia destra, mi sono ritirata tardi, stanca cotta e anche un po’ brilla, pregustando un sonno saporito per prepararmi alle ardite fatiche automobilistiche dell’indomani.

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«Una casa deserta può essere solitaria come un albergo affollato» disse.
«Il male è che è meno banale». Esitava; per un attimo credetti che finalmente avrebbe parlato di Manderley, ma qualcosa doveva trattenerlo, qualche fobia che da segrete profondità saliva alla superficie dell’animo suo e vinceva.
Soffiando sul fiammifero, parve ch’egli spegnesse al tempo stesso l’ultimo bagliore di fiducia in me.
«Sicché, l’amica del cuore è in vacanza?» disse, tornando al livello di un facile cameratismo.
«E come si propone di trascorrerla?»
Pensai alla piazzetta lastricata, a monaco, e alla casa dalla finestrella. Alle tre avrei potuto essere laggiù col mio album di schizzi e la matita; e glielo dissi, un po’ timidamente forse, come tutte le persone che accarezzano una loro piccola mania artistica senza avere disposizioni.
«Vi ci condurrò con la mia macchina» egli disse, e non volle sentir proteste.

(da La prima moglie di Daphne Du Murier)

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Perché di solito mantengo le distanze dai viaggi organizzati? Già, perché… ogni tanto lo dimentico, oppure la spiegazione che mi dò a seconda delle circostanze cambia, oggi credo sia perché impiego un’eternità di tempo al mattino a preparami e mi mette disagio l’idea di essere attesa dalla truppa radunata, marsupio a tracolla (e coi cinesi di mezzo, il marsupio mi sembra il minimo da aspettarsi nel kit del viaggiatore consapevole) per la partenza.

Il pensiero di fare il mio colorato ingresso, tra gli sguardi di sufficienza combinati per la gita dell’oratorio, mi fa desiderare di esser già la mia potenziale proiezione futura, una grossa turista americana con cappello a tesa larga o visiera, occhialone rotondo in plexy perlato e rossetto matte a tutta coprenza, vermiglione effetto macchia di sugo al peperone, che mentre rido sguaiata (avrò un giorno anche la voce da fumatrice attempata, pur non fumando?) si allarga a macchia d’olio su su, più su, fin sul baffetto ossigenato.

Non dovrei allora preoccuparmi più di dover apparire elegante e sottotono, in un look neutro che possa andar bene per tutte le occasioni social e non, in cambio di cotanta presenza, mai fuori luogo perché fa simpatia a chiunque, e poi potrei sfoderare senza imbarazzo tutta la mia cartucciera di zoomorfe spille vintage di custom jewelry (che allo stato attuale non potrà ancora competere con quella di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, ma in vista di un chissà quando certamente sì, eccome!).

E così, anche dopo questa prima notte di trasferta, notte in bianco e luce accesa per scattare al canto del gallo, che soddisfazione figurare in anticipo sulla colazione e dire GoodMorning tra i tavoli, già perfettamente lanciata per essere in tempo sull’orario di raccolta nella hall.

Un po’ tesa al pensiero di dovermi cimentare nella lezione di guida sicura (sicura per chi?) e nella prova su circuito, mi hanno dotato anche di una card elettronica per la telemetria (non può verificarsi un accidentale smarrimento di card sul più bello?), le mie prestazioni saranno misurate, trascritte (nero su bianco l’inequivocabile scarsezza) e valutate in base a dei parametri: certo che a prospettarmelo già solo così sulla carta mi sale su l’ansia da prestazione.
Vedremo, per ora sembra tutto eccitante, e contagioso l’umore dei compagni d’avventura, di chi non vede l’ora di mettersi a cassetta, accidenti, volevo dire alla postazione di guida, e morde il freno.

Il giro in pista in compagnia dei piloti del team è persino divertente, me lo gusto evitando di pensare che tra poco tocca a me assestarmi su quel sedile con le mani alle 21.15 (alle lezioni di scuola guida normale era alle 22.10, ma qui il trucco è fare reset più o meno di tutto quello che sai sulla guida di utilitarie in città, e affidarti completamente a quanto ti dicono, evitando soprattutto di prendere iniziative).
Il sedile di comando mi ha dato la possibilità di capire in primissima battuta che io alla guida divento abbastanza agorafobica, la guida in campo grande e in assetto ribassato non mi vede particolarmente brillante… dopotutto una mia passione è sempre stata quella di incunearmi nelle viuzze e far manovra per uscire utilizzando la retromarcia il meno possibile (indietro non si torna).

Fatto sta che mi sono decisa, dopo essermi fatta pregare, altra cosa che detesto e che specifico, non mi faccio pregare perché voglia farmi pregare, non sono mica così smorfiosa, ma mi son fatta convincere perché qua la molla è scattata per via di un precedente illustre che mi porto dietro e che ha inquinato lo svolgimento delle solite dinamiche.

La scorsa estate, quando dopo un interminabile viaggio mi sono trovata all’altro capo del mondo a poter fare il bagno coi leoni marini (wow), sono stata l’unica della barca a non buttarsi, terrorizzata dalle sagome scure, viscide e puzzolenti che sfrecciavano sotto al pelo dell’acqua, e mi sono detta allora, ovviamente pentitissima, che non avrei più mancato un appuntamento.
E così, la mia meschina figura alla fine l’ho fatta, la guida su circuito e anche il test dell’inchiodata su asfalto bagnato con schivata. Ho fatto tutto del programma, tranne la corsa ad otto, per la quale mi sono accontentata di essere passeggera (e neppure per un attimo ho pensato di guardare il contachilometri) .

Al termine delle nostre prodezze di guida, bella cotta e anche un po’ svuotata, oltre che con la testa rimuginosa e ronzante come una macchina per tostare le noccioline e tante cose da raccontare ai nipotini, siamo partiti per Firenze.
Tra i miei compagni di viaggio un cinese che, atarattico e in stato comatoso tutto il tempo, ha grufolato nel suo mondo dei sogni con la bolla di bavetta sul sedile accanto al mio.

(continua…)

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