Schier Shoes | dalla Venere Ottentotta alle vellies

Nel 1810 Saartjie Bartman, nome da schiava di una giovane khoikhoi, antico popolo dell’Africa australe che gli olandesi ribattezzarono hottentotten per via del loro linguaggio fatto di suoni ripetuti e di consonanti “schioccate”, venne (de)portata a Londra dove diventò l’attrazione di uno dei freak show dell’epoca. Con un deretano che dalle mie parti si dice “fa provincia”, la pelle nera, le piccole labbra della vagina particolarmente prominenti, Saartjie era considerata dalla sua gente una sorta di dea della bellezza e difatti qui in occidente era con il soprannome di “Venere Ottentotta”, come racconta Marco D’Eramo in un bell’articolo uscito su D qualche anno fa. La storia di Saartjie diventò anche un film – “il film sulla negra culona” – che nel 2010 accese di nuovo i riflettori su un episodio simbolo dello schiavismo e del colonialismo europeo.
Oggi, duecento anni dopo, dei khoikhoi è rimasto davvero poco: i portoghesi prima (nel 1400) e gli olandesi poi (dal 1600) hanno distrutto un’intera cultura, stanziatasi nell’attuale Sud Africa oltre duemila anni fa e la prima, in quell’area, a praticare la pastorizia.
Ma la storia delle velskoen, tipiche scarpe sudafricane conosciute soprattutto con il diminutivo vellies, parte da lì, da quel popolo fiero (nella loro lingua madre infatti khoikhoi significava veri uomini, o più precisamente uomini uomini) che allevava vacche e pecore per ricavarne il latte e solo raramente – in occasione di matrimoni o riti religiosi – uccideva il bestiame per la carne o per confezionare abiti.

Quando gli olandesi ebbero i primi contatti con gli ottentotti scoprirono che questi erano abili calzaturieri e che le loro scarpe fatte a mano, tanto rozze quanto resistenti, potevano avere un mercato. Decisero quindi (gli europei, giusto per ricordare che non siamo sempre stati le vittime della contraffazione) di crearne una versione più raffinata (fino ad un certo punto, restavano comunque veld skoen, scarpe da campagna), versione che si diffuse con una rapidità incredibile in tutta l’area, dove tuttora rimane uno dei modelli di calzatura d’uso quotidiano più trasversale e di successo, utilizzata indifferentemente da ogni classe sociale, di tutte le età e di entrambi i sessi.

Da qui la storia si sposta in Germania: siamo attorno al 1930 ed Ewald Schier parte per la Namibia, già colonia tedesca ma a quel tempo passata sotto il dominio del Sud Africa, che la occupò durante la prima guerra mondiale. Schier sbarca a Swakopmund, piccola cittadina che s’affaccia sull’Atlantico, abitata da poco più di una dozzina di famiglia tedesche, principalmente pescatori, emigrati dalla madrepatria. Lì, nel 1938, apre una piccola tintoria insieme ad un amico. Man mano che l’azienda si ingrandisce Schier mette su famiglia e alla sua morte la tintoria passa in mano al figlio Herbert, che decide di investire in un laboratorio per la lavorazione della pelle, dove inizia a produrre le tipiche vellies. Gli affari vanno subito bene ed Herbert inizia a dedicarsi esclusivamente alle scarpe, realizzate da lui insieme a manodopera locale.
C’è un popolo, da quelle parti, che ha un vero talento nel fabbricare le velskoen: i Damara, misteriosa popolazione che parla la lingua degli ottentotti, appresa probabilmente proprio dagli ultimi discendenti dei khoikhoi, che nel 1870 lasciarono Cape Town per spostarsi verso la Namibia, dove ad inizio ‘900 vennero sterminati (proprio dai tedeschi) in quello che viene considerato come il primo genocidio del ventesimo secolo.

Pare che i Damara abitassero quelle zone da tempo ma con l’arrivo di altre popolazioni nomadi si dispersero in tutta l’area, per poi tornarvi durante il periodo dell’apartheid, deportati dal governo sudafricano nella loro terra d’origine, chiamata appunto Damaraland, poco lontano da Swakopmund.
Fin da allora tutti gli artigiani della ribattezzata Schier Shoes provengono dal popolo Damara e ancora oggi sono otto di loro a produrre, interamente a mano, dalle venti alle trenta paia di vellies, mentre la Schier Shoes è diventata la più importante azienda di velskoen di tutta l’Africa australe, con un ufficio a New York ed una recentissima collaborazione addirittura con Open Ceremony (che come sempre dimostra di avere “l’occhio lungo”).

In un Paese di estreme contraddizioni come la Namibia, attualmente terra di conquista per le più grandi aziende mondiali del settore minerario, un tasso di crescita del 3,6% ma una disoccupazione al 51%, una popolazione con l’età media di poco più di vent’anni (ma crescita demografica incredibilmente bassa: 0,8% – sto snocciolando i dati ufficiali del Factbook della Cia), dove lo stato spende in proporzione più dell’Italia per l’educazione e la scolarizzazione ma dove il tasso di fuga dalle campagne è piuttosto alto, con incontrollabili ondate migratorie interne e minuscole cittadine (compresa Swakopmund) che in pochi anni sono diventate piccole metropoli “gonfie” di gente in cerca di lavoro; tra conflitti etnici ed un’indipendenza – dal Sud Africa – conquistata solo nel 1990 (il che la classifica come una tra le nazioni più giovani al mondo), in mezzo a tutto questo Schier Shoes – pure non esente da contraddizioni – è riuscita ad esportare marchio, cultura e prodotti anche all’estero.
Merito soprattutto di una scarpa di altissima qualità, splendida variante dell’onnipresente (e diretto discendente, con gli inglesi che hanno “aggiornato” il modello olandese, a sua volta update di quello ottentotto) desert boot.
Ora che la voglia di acquisto, secondo i miei calcoli, è salita ai massimi livelli ecco il link dello shop: schiershoes.com/marketplace/


photos by Jason Eric Chardwick

co-fondatore e direttore

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