Appunti per un casuale non_fuori_salone 2012

La mia memoria storica è pessima. Ogni anno mi trovo davanti alle stesse rassegnate considerazioni, ma questo avviene solo nel momento in cui l’esperienza mi richiama all’ordine davanti a dati di fatto appena rilevati. Ogni anno penso che non tornerò al Fuori Salone successivo, malgrado i designer olandesi di bella presenza, malgrado Moooi, malgrado le chiavette fucsia della Canon e gli svariati frizzantini. Poi però il contagio sembra inevitabile e il morbo dell’ “E se poi perdessi qualcosa di fondamentale?”ha effetti ineludibili. Così, un’edizione dopo l’altra, so sempre che non potrò evitare di prendere quel treno. Una ragione per cui il 2012 avrebbe dovuto essere diverso? Nessuna. E come sempre la sera prima della Gita si radunano gli inviti, si staccano gli speciali dalle riviste, si prendono appunti e appuntamenti, si calcolano gli spostamenti con goniometro e compasso e infine si tirano fuori le scarpe comode e gli orecchini ingombranti.

Ma – attenzione – questa volta già si avverte debole una perturbanza nella forza: solo per questo motivo mi perdo con incoscienza il primo giro di inaugurazioni di lunedì 16 e mi ritrovo a sedere su un insulso Freccia Bianca delle 10 di mattina accanto ad una conoscenza di queste pagine, Ester Grossi. Professione: pittrice. Obiettivo Milanese: incontro preliminare per un prossimo progetto di lavoro. Ognuna delle due richiede all’altra un alibi per essere distolta dal proprio dovere. Ester desidera immergersi nell’incoscienza della caccia all’invito di Tortona, io conto di venire rapita e chiusa tra le mura della Triennale. Un miscuglio delirante, difficile prevederne il risultato.


Fuori dalla stazione, dopo sbuffi e occhiatacce da parte di una vicina di posto che tenta di correggere compiti in classe, ma non riesce ad evitare il nostro continuo “bla bla bla” (Nota di Sopravvivenza per gli Altri: ricordarsi di portare con sé un furbo lettore mp3, in caso di viaggio accanto alla coppia Grossi/Santoro), il pensiero ci conduce a Duomo. Per la prima volta nessuna frenetica corsa a Porta Genova. Nemmeno a pensarci. Ma allora perché sono qui? Un lampo. La Rinascente.


Anni che non la vedo, e forse ci sarà anche una ragione. Il reparto beauty è un girone dantesco, punitivo, per gli olfatti delicati. Ma vuoi mettere il vizio dell’aspersione nemmeno richiesta di dosi massicce di Mirto di Panarea Acqua di Parma? Il giovane commesso, alto alcune volte me o Ester a scelta, tiene due diversi boccetti (nuovo packaging ancora più bello) uno per la destra e uno per la sinistra e ti acchiappa con sguardo sornione già qualche metro di distanza. “Vuole provare signora?” Glissiamo sul “signora”, ogni volta una stilettata, e suggerisco alla mia compagna di viaggio di tuffarsi sotto la pioggia di goccioline amare ed estive del Mirto, mentre io preferisco un signorile ed energizzante Bergamotto. Così, olezzanti come due frutti del sud, ci troviamo in mano il programma eventi della Rinascente. Perché è ovvio. Se tu non cerchi il Fuori Salone, è comunque LUI che trova te. Non esiste vetrina degna di essere chiamata con questo nome che non rimandi a performance e installazioni artistiche (carina quella di Sisley di piazza San Babila, “La Dame Aux Oiseaux”, di Sam Baron/Fabrica: una signorina di bianco vestita si mostra dietro al vetro seduta al suo tavolo, intenta a dipingere uno dopo l’altro diversi pennuti in porcellana dell’azienda portoghese Vista Alegre che poi vengono disposti intorno, sui mobili in metallo di Sam Baron).


Seguendo la pista arriviamo alla performance del momento, parte del progetto “100 Hours of Rebellious Imagination” (curato da Beatrice Galilee): “Moon Colony Trading Post”. Polvere e rocce lunari, “Essenza di Luna” (e io che ultimamente sono un po’ ingrovigliata tra olfatto e profumi come potevo resistere?) e Un Vero Astronauta che firma autografi. Ester si scansa ritrosetta, mi guarda di lontano. È ancora provata dalla risposta poco gentile di due commesse di Alessi di fronte alla nostra richiesta di un bagno. Ma io imprudente, mi avvicino, chiedo informazioni: una dei due creativi profumieri, probabilmente inglese dalla parlata, urla al microfono qualcosa che non si capisce (mi ricorderebbe una oxfordiana Vanna Marchi, volendo), mentre la hostess mi avvicina al naso una fiala pronta per essere spruzzata: “Essenza di luna, vuole sentire? È un po’ forte.” Mi limito ad inspirare, ma è troppo tardi e qualcosa tra metallo, umidità, roccia mi si stabilisce solida nelle narici. Addio Mirto. Ma dov’è l’asettico odore dei film di fantascienza anni ’70? Il design e la grafica pulita, il bianco, i colori netti. Qui mi sento catapultata in una puzzolente puntata di Star Trek, tra i Klingon. Guardo l’astronauta, sicuramente un figurante dal casco specchiato (uno vero si presterebbe mai a indossare una tuta, scartata dai costumisti di 2001 Odissea nello Spazio? Non credo), e mi sento irrequieta. Preferisco fuggire perplessa alla ricerca del bagno. Ester come sempre aveva ragione.


E sulla via della Toilette, dribblando un pauroso reparto scarpe, finiamo in senso letterale contro una seconda Installa_Performance. Quella ideata da Sissi per Furla: quattro ragazzi in camice bianco, chiusi in recinto e un po’ annoiati, tagliuzzano e compongono usando vari materiali, disegnano, incollano, allacciano, altrettante Candy Bag. Di Sissi nessuna traccia, se non la selezione delle materie, tra cui anche una inquietante parrucca color bambola impolverata. L’hostess addetta ci spiega diligentemente quello che sta accadendo, ma di fronte alla mia domanda perplessa “Cosa ne sarà delle borse create?” (l’ansia è tangibile) risponde candida “Niente”. Come niente? Come è possibile? Ora cerco in rete e scopro che questo è un vero show che ha furoreggiato a Tokyo, “Candy-Brissima Show for Furla and I”. E chi si prenderà cura di tutte quelle povere bag martoriate nel nome dell’Arte? Io e Ester ne parliamo a lungo, sconcertate, continuando la ricerca del Sanitario Perduto. E trovatolo sfioriamo la tragedia, una signora quasi soffoca sotto ai nostri occhi, vittima forse di un aperitivo troppo veloce, o della Sindrome da Borsa Maltrattata.


Milano è sempre una città multi esperienziale. Prossima tappa senza una vera ragione, una visita da Fiorucci in Corso Europa. Roba nostalgica per noi figlie degli anni 80. E l’appuntamento di Ester. Così la Serendipità sincronica ci conduce alla contemplazione di qualche paio di scarpe in gomma colorata esposte in vetrina da Fiorucci: di fianco a noi una ragazza in arancione e marrone. Non poteva essere che Chiara. Io non ho intenzione di vagare da sola in una città palesemente ostile, e scelgo di rimanere con loro, sedute in un bar lì vicino. E mentre artista e curatrice discutono dei dettagli di quello che sanno, io preparo una scaletta delle cose da fare prossimamente. E insieme a noi sui tavolini (prendete nota): due caffè d’orzo, un caffè alto e due bicchieri d’acqua minerale (ad essere onesti, due mini bottigliette). Tempus Fugit: il Fuori Salone richiama, salutiamo Chiara e puntiamo la cassa per un Beau Geste. “Scusi quant’è?” chiedo tranquilla. “14 euro”. Senza battere ciglio estraggo e pago, ma dentro di me qualcosa risuona con una eco sinistra “14 euro?” Sarà. A Bologna sono abituata ad altro. E Ester concorda, scandalizzata.


Davanti a noi Brera, un percorso di vetrine e – ma non lo sapevamo ancora – folla. Ma per riprenderci dallo shock monetario mettiamo letteralmente il naso in una profumeria lì accanto (ancora le mie passioni olfattive). Splendore inaspettato, Mazzolari il nome. Ci viene incontro un commesso alto e un po’ sinistro, con una collana di argento e corallo, vagamente Karl Lagerfeld, gentile ma inossidabile. Mi riprometto di tornarci per annusare tutto. Ester guida, cartina alla mano.
Inciampiamo sulla passerella di Vuitton, io ipnotizzata dalla Creatura Coloratissima messa in evidenza da decine di frecce piantate in vetrina: un anticipo della mostra di Billie Achilleos, “Maroquinaris Zoologicae”, di cui avevo letto, ma anche dimenticato. Animali disegnati e composti con pelletteria e metallerie da borse, e dettagli da flora tropicale. Vorrei tanto possedere quel camaleonte. Ma Ester, crudele mi strappa ai miei sogni e mi trascina senza saperlo all’Orto Botanico.
Qui ci attira una bandiera segnalatrice di eventi e un ingresso deserto. Ci infiliamo e scopriamo che c’è vita, anzi. Oltre all’installazione di Paola Navone per Barrovier&Toso (lampadari di cristallo e simili creature), affascinanti aiuole di piante aromatiche e un paio di possenti realizzazioni di Zaha Hadid (architetto israeliano onnipresente) in marmo: energia e geologia. Forme concentriche e con simmetrie irregolari su superfici curve. Come un tessuto molecolare. Qualcosa di estremamente potente. Tra le calendule e i lillà. Scattiamo qualche foto agli igloo/ceste blu elettrico di Paola Navone, foderate come cioccolatini per moltiplicare la luce dei lampadari all’interno, Ester comunica che vorrebbe averne uno, io mi oppongo, scopriamo l’esistenza delle feritoie per nane come noi, e infine ci impantaniamo nel fango.


All’uscita si sfiora la seconda possibile tragedia: una signora distratta rovescia una bicicletta su altri due ciclisti di passaggio. Ci sentiamo come Hercule Poirot, che dovunque passi lascia dietro di sè una scia di omicidi o incidenti di morte.
Come sia possibile decidere di presenziare per saluti all’Aperitivo dell’elegantissima Agape Design nelle condizioni in cui mi trovo (essenza di luna, capelli_nido_di_topo causa umidità, stivali da biker profilati di fango) è imponderabile. Ma la fermezza di Ester ci fa da stella cometa. E io voglio salutare Laura, l’ufficio stampa. Così in via Statuto varchiamo la soglia. E la meraviglia dei Bagni Design di Agape ci assale. Una signora con uno spolverino a rose in 3D mi fa sentire inadeguata, io mi guardo intorno, e penso al mio monolocale e a quanto desidererei una di quelle vasche che hanno pure un nome, Normal, ad esempio, o Pearl. Leggo il catalogo e scopro “Il Paesaggio nascosto. La stanza da bagno immaginata come un paesaggio da contemplare nel proprio privato.” Sempre più inadeguata, malgrado Ester, malgrado i saluti affettuosi di Laura al tavolo accrediti. È già tempo di correre in stazione. Una previdente brioche al cioccolato della mia pasticceria del cuore ci salva dal calo di zuccheri. Io penso che a Bologna mi aspetta una cena con branzino pescato. Ester vagheggia di esposizioni a Parigi. Al binario sette un giovane “magazziniere” della stazione, codino sulla cima della testa, sguardo rapito, sfida il buonsenso e si complimenta con i genitori di Ester per la figliola: in quel momento egli incontra l’amore e lo perde immediatamente. Ci voleva l’angolo romantico.
E infine il momento delle ricette. Accoccolata nella mia scomoda poltroncina da reietta del Freccia Bianca mi addormento e mi risveglio. La fame ci chiama ed Ester mi snocciola un paio di ricette verdura e basmati, quella con la crema di finocchio e il curry ci pare un modo splendido per terminare questa giornata di Non Fuori Salone Casuale.

editorialista

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