Touchy | la fotocamera umana

Una fotocamera da indossare come un casco. E fin qui non sarebbe neppure una novità. Ma la peculiarità di Touchy – concept che sconfina dal puro e semplice campo di sperimentazione tecnologica per toccare temi più sensibili – è il fatto che una volta infilato in testa quell’accrocchio da film di fantascienza di serie-B, i due obiettivi se ne stanno a diaframma ben chiuso, trasformandoti sì in una human-camera ma solo in potenza, perché nei fatti sei assolutamente cieco. Per azionare Touchy, dandoti indietro temporaneamente la vista e scattando una foto, devi essere toccato da qualcuno, attivando un apposito sensore (ma per il momento sul sito non spiegano come funziona) ed allo stesso tempo innescando quel cortocircuito tra tecnologia e contatto umano, tra dare e ricevere, che è alla base di questo progetto realizzato da Eric Siu, Tomohiko Hayakawa e Carson Reynolds – tre esseri ibridi un po’ artisti, un po’ designers, un po’ scienziati – in collaborazione con l’Università di Tokyo.

Immagina anche soltanto il brivido di una mano che si posa su di te e ti fa uscire dal buio tecno-indotto regalandoti e regalandosi per dieci secondi i tuoi occhi aperti sul mondo, dando un senso più profondo ad un’azione apparentemente semplice e naturale come il guardare. L’esplorazione del mondo tutt’attorno – ad intervalli di pochi istanti che solo un estraneo è in grado di donarti – assume una dimensione inedita, dimensione della quale partecipano gli elementi che sono poi i fondamenti stessi dell’arte: casualità, temporalità, rapporto con la società e (per quanto riguarda l’arte moderna e contemporanea) le tecnologie, che aiutano ad allargare il proprio potenziale campo d’azione e comunicazione ma che nella maggior parte dei casi ti isolano ulteriormente dentro ad una bolla iperconnessa.

E mentre i due diaframmi si schiudono e due occhi storditi dalla luce si aprono (chiarisco: la foto vera e propria la fa uno di quei mini-obiettivi stile smart-phone; le specifiche tecniche, comunque poco importanti in questo caso, mostrano una fotocamera piuttosto scarsa…) non posso fare a meno di pensare a quanto un dispositivo come Touchy si avvicini all’approccio che hanno i bambini con la fotografia.
Arrivo giusto da un pomeriggio di esplorazioni fotografiche con mia figlia, tre anni: prima una prova sul campo con la reflex, pesante e complicata da usare, soprattutto mettere l’occhio nel mirino (puntualmente chiudeva quello che doveva restare aperto e viceversa) e ne sono uscite di fatto foto casuali, scattate stando sempre sul posto, in collaborazione con il papà, diventato per l’occasione un cavalletto umano; passando poi ad una supercompatta, affidata a lei, in completa libertà, l’ho vista capire immediatamente il meccanismo inquadratura/display ed andarsene in giro del tutto autonoma a ritrarre quel che lei riteneva interessante. Ed è lì che, nel riguardare poi i risultati, mi sono quasi commosso per la sorpresa.

Altre storie
La storia di una famiglia, tra passato e presente, ereditata in pellicola