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In collaborazione con Lomography Italia abbiamo chiesto ad un gruppo di giovani fotografi di darci sotto con l’analogica e creare, con i loro scatti, una sorta di storia.
La prima è Alice Donadoni, che si è ispirata ad un libro di Jonathan Coe.

Ciao Alice, raccontami da dove vieni e dove vai.
Ciao! Arrivo dal mio ultimo giorno di lavoro della settimana (mercoledì!) e vado incontro ad un futuro incerto, si spera roseo.

La serie di foto che ci hai mandato si ispirano a La pioggia prima che cada di Jonathan Coe. Ti va di raccontarmi il libro?
Non sono molto brava con i riassunti, finisco sempre per perdermi o per rivelare il finale a chi proprio non desiderava conoscerlo. Uomo avvisato…
La pioggia prima che cada, oltre ad avere a mio avviso uno dei titoli più fighi della storia, è uno di quei racconti che riesce a coinvolgerti totalmente tramite un espediente che a rigor di logica dovrebbe ottenere il risultato opposto.
Un po’ come quel film in cui il protagonista è muto e cinese e ti aspetteresti di addormentarti da un momento all’altro e invece resti lì tutto il tempo col fiato sospeso.
La storia di tre generazioni di donne è narrata dalla voce registrata di zia Rosamond, appena passata a miglior vita, attraverso la descrizione di venti fotografie.
Queste figure femminili sono profondamente legate tra di loro, nel bene e nel male, e sono così ben delineate che ognuna ha preso una forma ben precisa nella mia mente, ma allo stesso tempo, durante la lettura, non ho mai sentito di conoscerle fino a fondo.
Non appena terminato, la prima cosa che mi è venuto spontaneo fare è stato passare il libro a mia madre.

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Dove hai scattato le foto e chi sono le modelle?
Loro sono Silvia, Agnese, Greta, Lia e Rebecca.
Nessuna di loro si è rivelata essere quel che mi sarei aspettata dalla mia prima impressione, o dalla seconda.
Insieme siamo riuscite a trovare un ambiente ideale senza andare troppo lontano da casa loro, che in alcuni casi era anche la mia.

Che macchina hai usato? E le pellicole?
Ho scattato con la mia cara Canon AE-1, le pellicole sono Kodak Portra 400 ISO.

Zia Rosamond racconta la sua storia alla nipotina cieca descrivendole venti fotografie. Scegline tre che raccontino la tua.
Una me ne viene in mente di sicuro. Sono in montagna, fra gli alberi, con un mare di foglie ai miei piedi. I miei genitori mi tengono per mano. Io sfoggio orgogliosa una bella tuta nera, sulla felpa a girocollo una gigantesca scritta “BOY”.
I capricci che ho fatto per averla me li ricordo ancora. E anche di averla indossata fino a che gomiti e ginocchia non si erano consumati.
Non sono brava quanto zia Rosamond ma direi che questa foto sia il primo esempio palese per l’amore e la testardaggine che nutro nei confronti di ciò che non è giusto per me.

Se ti dico “attesa” tu mi dici…
Alle volte profonda noia, altre pura emozione.

Quanto valgono un minuto in rete, uno su un libro ed uno in strada a far foto?
I minuti in rete rischiano spesso e volentieri di mangiarsi gli altri.
Non fraintendiamoci, io adoro internet, se non esistesse sarei ancora più ignorante di quel che comunque resto, ma quando mi capita di spegnere il computer e aprire un libro, finito il lavoro, mi ricordo ogni volta come se fosse la prima che quello che riesce a regalarmi una bella storia ha un valore di gran lunga maggiore della migliore sorpresa trovata online. Mettiamola così: non ho mai posseduto uno smartphone, e non so se mai ne comprerò uno, vista la mia tendenza al telefonicidio, ma, nel caso succedesse, non vorrei mai ritrovarmi sulla metro a navigare, piuttosto che a sfogliare un buon libro.
La fotografia ha il potere di intensificare istanti ed esperienze, ha reso il mio sguardo sul mondo meno distratto, più attento a particolari e sfumature, credo sia per questo motivo che i minuti che trascorro scattando acquistino sempre più valore, ogni giorno che passa: nella routine infatti, gli stessi gesti, le stesse strade, possono regalare sempre piccole e piacevoli novità.
Sulla metro, comunque, continuo a leggere.

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Come ti vesti per uscire sotto alla pioggia?
Accorgermi che fuori piove o che sta per è una cosa che non sono proprio capace di fare. Scopro quel che avrei dovuto indossare soltanto una volta fuori casa, e tendo a non tornare a cambiarmi. Per questo motivo la vita era più facile quest’estate a Londra: lì in ogni caso e ad ogni ora uscivo con una felpa col cappuccio, e non sbagliavo mai. Qui a Milano sono fortunata le volte che ci azzecco e mi porto dietro un k-way, che protegge me e il mio computer mentre pedalo e canticchio tanatanatanana, colonna sonora di quando il tempo mi fa sentire la perfida strega dell’est.

Sei anche una graphic designer ed hai un blog, one typo a day, che celebra l’arte della tipografia. Lettera e font che ti piacciono di più?
Nonostante tenda a non essere troppo fedele alle mie preferenze, credo che ci siano alcune lettere a cui sono particolarmente affezionata. Sono per esempio grata alla R maiuscola, che mi permette sempre di riconoscere l’Helvetica, amo la legatura fra s e t nel Fedra Serif, e a volte mi piacerebbe non vivere in Italia solo per avere occasione di usare più spesso la k in Bree.

Linkami con Google Street View il posto dove vorresti essere adesso.
Ultimamente per One Typo a day mi sono trovata più volte a passeggiare per le vie Los Angeles, purtroppo solo tramite Google streetview, però posso dirti che assaggerei volentieri un tacos qui.