Speciale | Pitti Immagine Uomo 80

Oggi niente “rubriche della domenica”.
Nei giorni scorsi c’è stato il Pitti e c’è tanto da raccontare.
I post sui marchi visti o rivisti, scoperti o ri-spolverati, li trovi tutti qui.
Di seguito, pensieri sparsi, raccolti dai neuroni ancora in viaggio (alcuni caduti per terra e ritrovati in tempo, altri purtroppo lasciati lì e portati via dal vento, calpestati dalla folle o buttati nella spazzatura dagli addetti alle pulizie).

PUBLIC RELATIONS
– gli iper-disponibili: se entri nel loro spazio riuscirai ad uscirne solo accampando imbarazzate scuse, usando ogni possibile linguaggio del corpo per comunicare quello che non puoi dire a voce (“voglio andarmene di qui. Ora!”) e nel frattempo ti raccontano non solo la genesi della collezione, del brand, di loro stessi (mia nonna…);
– gli elitari (veri o wannabe): dare informazioni comporta troppo sforzo. Scendere di quota per parlare con te? La vita è troppo breve. Non tutti siamo tra i prescelti. A volte quando realizzano chi sei (leggi: come puoi servirgli), planano verso terra e ti vengono a cercare di nuovo;
– i timidi: rispetto assoluto, sono anch’io tra questi, ma tra timidi è dura tirare avanti discorsi, e non sono io quello che paga uno stand per vendere e far conoscere i miei prodotti.
– i top-secret: si confondono con i timidi ma in realtà non vogliono dirti niente. Avanti il prossimo. Per me e per loro;
– quelli che ti conoscono già: certamente i più disponibili, ti osservano mentre li osservi che ti osservano che li osservi. Ognuno a valutare la propria e l’altrui soddisfazione: la tua per quello che vedi, la loro per l’articolo che scriverai (memo: non mettere troppe parentesi, alcuni tendono a perdersi tra i periodi del discorso e anche se ringrazieranno lo stesso è importante che almeno loro capiscano ciò che scrivi);
– gli io-ho-visto-cose: sono quelli che non si fermano mai, passano da te al buyer senza intavolare una vera discussione con nessuno dei due, a volte lo sorprendi a parlare da solo, lo sguardo fisso a un chilometro, tipo Full Metal Jacket;
– le mamme: di ogni nazionalità, baciano troppo ed hanno lo sguardo acquoso. Sanno come convincerti a fare qualsiasi cosa, usando la stessa tecnica che hanno usato per far mangiare le verdure ai propri figli;
– le robotiche: ti ascoltano solo dopo che hanno passato il tuo badge sotto il lettore del codice a barre, poi continuano a fissarlo cercando di capire di che testata sei. La cartella stampa la danno solo ai giornalisti di Vogue, Elle, Marie Claire, D, ecc.
– gli americani: ti guardano dall’alto in basso, ma è una questione di altezza. Iper-disponibili. Gran pacche sulle spalle. La sensazione che se vuoi ubriacarti di brutto e divertirti, meglio seguire loro;
– i giapponesi: è nei loro stand che senti più spesso dire “heritage”, “materials”, “work”. Nei nostri si parla più che altro di soldi.

I COMUNICATI STAMPA
– “artigianale” appare in un buon 99% delle cartelle stampa;
– “differente/diverso” a seguire, soprattutto nei comunicati stampa dei marchi più giovani, molti dei quali scritti da qualcuno in preda alla paranoia più totale (di non esser compreso, di non riuscire a farcela, di vivere in una società falsa, indifferente e senza valori).

I FOTOGRAFI
– gli stanziali: solitamente muniti di tele-obiettivo e treppiedi, abituati a starsene sotto il sole, non mangiano e non bevono, avvistano le loro prede da lontano e queste hanno tutto il tempo per operare micro-restauri last minute, assumere la posa più “a là sartorialst” possibile e spacciarla al mondo come il proprio naturalissimo modo di essere; gli stanziali vivono e lavorano con i propri simili, formando un fuoco di fila di macchine fotografiche. Se sai cercare bene su google puoi trovare tutti gli scatti che ti riguardano e fare una gif animata di te al Pitti, da mandare via mail agli amici;
– i cacciatori: seguono la preda finché riescono ad acchiapparla (o fin quando non finisce la batteria della macchina fotografica). Si dividono in due scuole di pensiero: posa a là sartorialist, ovviamente, o scatto frontale stile Pig Magazine. I bloggers d’assalto lasciano anche un bigliettino da visita. Nessuno ti regala un dolcetto per il disturbo.

I BUYERS
– i più celebri hanno alle calcagna assistenti, ammiratori, imitatori, generica gioventù rampante;
– leggo da qualche parte (ho perso il link, purtroppo) che i giapponesi sono più interessati alla produzione e ai materiali; gli italiani vogliono più che altro sapere quanto costa, quanti pezzi puoi fargli e in quanto tempo.

I BLOGGERS
– l’idea è di eliminare l’etichetta “bloggers” e dire “new media” oppure “online magazine”;
– 7 su 10 sono d’accordo nel dire che quando sentono “bloggers” tutti pensano alla Ferragni: la stampa ha creato un mostro;
– sempre 7 su 10 preferiscono non essere in alcun modo associati alla Ferragni;
– di questi, alcuni non sono poi così diversi e molti sarebbero lusingati nel partecipare ad un evento insieme a lei;
– se vale ancora il vecchio “bene o male, l’importante è che se ne parli”, se ne è parlato un sacco.

LE VECCHIE
– vogliono aiutare i giovani, nessuno aiuta i giovani, il futuro è dei giovani: ma allora perché non stanno a casa (la rivoluzione comincia da casa, di riposo) e non mandano qualcun’altro a scrivere/vendere/acquistare?

GLI ESCLUSI
– che ci faccio qui? Dovevi dirmelo che dovevo vestirmi in un certo modo. Mi sento un barbona. Io vado via. No, che ci sto a fare? Che vergogna, davvero. Mi mancano soltanto le buste della spesa. [Conversazione realmente ascoltata al parco di fronte alla Fortezza da Basso].

IL MONDO LA’ FUORI
– esiste, per fortuna, e dentro la bolla-Pitti qualcuno se ne dimentica. Fuori il sole scotta di più, ci sono vecchi in sedia a rotelle e intorno orde di badanti russe con i capelli bicolore, per terra puoi trovare merde di cane, se il treno è in ritardo lavorare per una grossa testata non lo farà arrivare prima e la probabilità che qualcuno, per come sei vestito, ti darà del finocchio, a prescindere che tu lo sia o meno, è piuttosto alta.

co-fondatore e direttore
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