7 foto e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di David Wilson.

Ciao David, quanti anni hai, di dove sei e da quanto scatti foto?
Ciao Simone, ho 33 anni, e nonostante il nome inglese mi è riuscito di nascere a Pordenone. Ora, dopo un po’ di girovagare, sono tornato ad abitare qui da qualche anno. Ho iniziato a fotografare nel ’98, all’epoca suonavo e le due cose procedevano parallele. Poi la fotografia ha definitivamente preso il sopravvento, forse per la sua immediatezza, forse perché ero scarso con la chitarra.

La tua attrezzatura?
Da un po’ scatto soprattutto in medio formato, prima con una Fuji 6×9 e ora con una vecchia Pentax 6×7. poi però mi capita di usare volentieri anche il 35mm o le polaroid.

Cosa fai quando non fai foto?
Non molto a dire il vero, tendo ad essere piuttosto pigro quindi molto spesso quando non sto pensando alle foto è probabile che non stia pensando proprio a nulla, e che stia facendo ancora meno. Il fatto è che quel poco che ho da dare se lo prende la fotografia, il resto è solo rilassarsi il più possibile, in qualunque modo. Però cucino molto, quello sì. Faccio il pane. C’ho questa specie di venerazione per il pane. Sembra una cosa religiosa ma in realtà no, è solo una cosa di pane.

Descrivimi la tua stanza.
La mia stanza è molto spartana, dipinta di blu. C’è una lampadina che pende dal soffitto, un letto con le sbarre e un armadio vecchissimo che ho rubato a mia nonna e risistemato un po’ alla buona. Non ci sono comodini ma c’è la tv che mi serve per addormentarmi.

La tua macchina fotografica pesa quanto…
Troppo, ma quando penso sia troppo pesante osservo le signorine che si portano appresso con nonchalanche quelle borse gigantesche, e mi faccio coraggio. Quando ne comprerò una ancora più pesante penserò agli scarabei stercorari.

Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
“La sottile linea rossa” di Malick. Mi piacerebbe pure dire “Le memorie del sottosuolo” di Dostoevskji, ma non lo faccio perché poi chi legge pensa che sono musone.

Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Uhm. uno che mi ha colpito molto, a più riprese, soprattutto ultimamente, è Michael Lundgren, con il lavoro “transfigurations”.