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Se pigli un dizionario di quelli buoni, alla voce borse puoi tirare giù un lungo elenco, una sorta di tassonomia della borsa che evoca situazioni, momenti della giornata, personaggi. Ci sono la borsuccia e il borsettino, il borsicchio e la bustina, l’astuccio, il portacarte. D’oltralpe ci suggeriscono pochette, trousse e un più ambiguo nécessaire.
Ci sono il bauletto ed il secchiello, il canestro e il panierino. C’è il carniere e c’è il tascapane (questo piace a mia nonna: «non ce l’hai un tascapanello per mettere le chiavi e i soldi?», quando uscivo da ragazzino con due lire in tasca, e poi quando finalmente lo comprai, di quelli militari, per andare a scuola: «che sei un soldato? Non ce l’hai ‘na borsa come si deve?»).
Ci sono pure la bisaccia, la borsa da postino, la cartella, la ventiquattrore, la quarantottore, il borsone, la sacca, il famigerato marsupio, l’ancor più famigerato borsello.

Quella di Ushbag tecnicamente è uno zaino, ma potrebbe pure essere un aquilone (perlomeno così sostiene mia figlia quando tiro fuori la mia), una vela oppure una casetta (e di borse come case e viceversa sono pieni i portfolio degli illustratori), e nella mia piccola collezione di borse — che scelgo in base all’uso e allo stato d’animo: c’è lo zainetto blu da battaglia, quello nero e serio e minimale da designer wonnabe, quello di pelle che metto solo con la giacca marrone, c’è il tascapane per andare al laghetto coi coltellini svizzeri e il binocolo, c’è la cartella da prof., c’è la tote bag un po’ ambigua — la Ushbag è quella che tiro fuori quando ho voglia di chiacchierare, perché soprattutto sui mezzi pubblici si attira addosso quei ditini puntati che preludono a sorridenti punti interrogativi e relative domande su «dove l’hai comprato?», «lo sai che sembra una casetta?» (questa la fanno i bimbi), «quando la apri sembra la bocca di un pesce» (di nuovo i bimbi) e «c’entra davvero il pc?».

Soprattutto quest’ultima, «c’entra davvero il pc?», la vedi svilupparsi nello sguardo altrui nella fattezze di un’aria da geometra del catasto intento a prender le misure, con quel “tetto” a punta che attrae l’occhio e dà l’illusione che no, il pc proprio non ci sta, e quando poi con perizia da televenditore apri e mostri e «prego, guardi pure, tasti, provi, infili l’avambraccio» il geometra del catasto ritorna bambino felice e quando tu sei già passato a snocciolare i benefici dei tre punti di distribuzione delle spalline, lui sta ancora con la testa su quel tetto o quell’aquilone o quella vela — tanto più che le spalline sono in corda, e se 2+2 fa 4 è un attimo che si mette in moto la cascata di pensieri che ti porta in mezzo al mare.

Ideata da Massimiliano Di Domenico e da Riccardo Rivolta, due designer milanesi che evidentemente quando hanno riempito fogli su fogli di bozzetti stavano con la mente un po’ in Giappone (gli origami), un po’ in spiaggia (la vela) e un po’ dentro a una storia per bambini (l’archetipo della casetta), la Ushbag è nata nel 2013 e da allora ne sono state realizzate diverse linee.
Prodotto interamente in Italia, lo zainetto è in versione bicolore nella Bright Collection, in una più elegante versione monocromatica nella Forward Collection e due modelli più piccoli nella Smart Collection.

A queste, si è poi aggiunta anche una linea di accessori, tra pochette, porta-tablet e porta-pc (che però ovviamente possono diventare porta-quelchetipare, come sostiene pure il geometra del catasto, che ad esempio sta già pensando di metterci il suo metro laser fluo).


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