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Quando nasci un’infermiera segna su un foglio, arrotondandolo quanto basta, il punto zero di un vettore (Simone Sbarbati, nato il 15 febbraio 1979 alle ore 11,30) che da quel momento diventa tuo e solo tuo e che ti accompagnerà fino alla fine. C’è chi quel vettore impara a odiarlo fin da subito e non vede l’ora di liberarsene, di scendere giù da quel surf che corre in una sola direzione sulle onde del tempo, per vedere com’è fatto il mare, se c’è un mare. O perché la vista da lassù è insopportabile, perché è dura stare in equilibrio, il viaggio è pieno di ostacoli, c’è un gran traffico di surf che ti vengono addosso da ogni parte e a te magari piace stare da solo. Viene anche il dubbio, a un certo punto, che non valga poi così tanto la pena prolungare la corsa fino a quella spiaggia paradisiaca che tanti sostengono sia proprio laggiù in fondo ma che nessuno riesce mai ad avvistare.
E c’è poi chi invece fa di tutto per allungarlo, quel vettore. Stiracchiarlo anche solo di un pezzetto, con accanimento, magari a scapito di altri surfisti, più o meno esperti, che passano di lì. Ché l’importante è non dargliela vinta. A chi, non si sa.

Ma forse, su quel vettore che proprio in questo momento stai cavalcando così bene, non sei del tutto solo. Se guardi con più attenzione forse ti accorgerai di lei, della morte. Che è sì (al)la fine della vita, che verrà a prenderti solo quando cadrai giù da quella linea che di tanto in tanto ti illudi possa non finire mai, ma che intanto ti accompagna lungo tutto il viaggio, fin dall’inizio, anzi prima ancora di salirci su quel vettore, quando sei solo un fagiolino nella pancia di colei che chiamerai mamma e che viaggia su un surf tutto suo. E di quel fagiolino nessuno, a parte forse solo loro due, la mamma e la morte, si è ancora accorto.

Altre storie brevi e senza pietà, in fondo, parla di questo.
La seconda fatica di Marco Taddei e Simone Angelini, seguito ideale del primo Storie brevi e senza pietà (uscito un anno fa e di cui ho già parlato) è una raccolta di otto storie a fumetti, brevi—come da titolo—e appunto senza pietà, che mostrano con la soffocante leggerezza dell’ironia cupa e surreale (che ricorda quella del Tiziano Sclavi del primo Dylan Dog, su cui evidentemente, anche per questioni anagrafiche, sia io che i due autori, miei coetanei—Marco Taddei, che ha scrittole storie, e Simone Angelini, che le ha illustrate—ci siamo formati) come la morte sia sempre e per sempre.

Scrive il grande Ratigher—che come tutti noi intanto viaggia sul suo surf sopra alle onde del tempo—nella prefazione al volume, pubblicato qualche giorno fa da Bel-Ami Edizioni: «[…] le vicende sono sempre più universali. Non c’è un briciolo di “qui e ora”, tanto nei testi di Marco Taddei quanto nei disegni di Simone Angelini. Sono vicende fruibili da tutti ma nelle quali nessuno può sentirsi al sicuro, capito, raccontato; senza pietà»

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