Non è stato previsto un budget

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Tempo fa mi chiamano da Bologna. Vorrebbero che partecipassi a una manifestazione disegnando dal vivo. La cosa non mi interessa più di tanto ma combinazione dovrei andare a Reggio Emilia per lavoro, per cui allungare fino a Bologna non mi sarebbe troppo scomodo. Praticamente avrei una parte di viaggio pagato per fare le mie commissioni. Quindi cominciamo ad accordarci e chiedo quale sia il compenso previsto.

Questa formula, se non fosse squallida, suonerebbe molto divertente

La risposta mi fa molto ridere.
Mi rispondono: «In che senso?»
A questo punto, vi giuro, con il tono meno sarcastico possibile, spiego che di solito quando faccio un lavoro chiedo dei soldi in cambio, un compenso appunto.
Dall’altra parte, con l’aria più sinceramente stralunata del mondo mi rispondono che «Non è previsto un budget».

Copyright di Davide Calì

Di recente mi è capitato qualcosa di simile. Mi scrivono da Milano e mi chiedono se ho voglia di partecipare a una manifestazione tenendo laboratori per i bambini. Di nuovo, visto che devo già tenere un workshop a Milano, penso che ci si possa accordare. Cominciamo a definire orari, numero dei bambini e tutto il resto.
Poi chiedo: «Quale compenso avete previsto?»

Dall’altra parte la risposta che ormai è diventata uno standard: «Veramente, non è stato previsto un budget».
Mi piace molto questa formula, se non fosse squallida suonerebbe molto divertente.
Un modo elegante per dire, «Avevamo pensato che potessi lavorare gratis».

Ora la scusa per non pagarti è la crisi, ma aldilà del fatto che la crisi attuale italiana si trascina, tra alti e bassi, dal 2002, era così anche prima. Forse solo un pochino meno.
Già a fine anni ’90 rifiutai non so quante collaborazioni gratuite a vari inserti satirici che nascevano e morivano pochi numeri dopo, tenuti in vita, seppure per brevissimo tempo, dal volontariato dei vignettisti che lavoravano per niente.

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Anche in Francia c’è crisi. Non so dire se sia peggio che in Italia. È arrivata molto dopo ma ha impattato molto violentemente sulle sicurezze dei francesi. La parola “potere di acquisto” ormai riempie i titoli dei giornali da due anni ed è stato uno dei temi fondamentali della campagna elettorale presidenziale. In generale si respira poi un’aria di incertezza, di paura.
Ma è un paese attivo e ancora non rassegnato a sprofondare, dove se proponi una mostra valutano due cose: che il tema gli interessi, e se hanno soldi per pagarti. Al momento ho in ballo un paio di cose tra Parigi e Toulouse. Non sarà facile realizzarle, ma stanno valutando la fattibilità in termini economici.

In Italia se proponi una mostra ti aprono i palazzi, poi ti fanno il conto di quanto gli devi

In Italia se proponi una mostra ti aprono i palazzi, poi ti fanno il conto di quanto gli devi. Gli sembra normale che tu debba lavorare gratis, curare una mostra e poi pagare anche l’affitto del palazzo che la ospita. Le istituzioni, che pure si fanno vanto di promuovere la cultura, in realtà pare non abbiano bilanci per finanziarla, salvo poi scoprire che gli assessori mettono in nota spese anche le serate con battone di lusso, (che però ora si chiamano escort).

Le escort costano e quindi è ovvio che allestendo una mostra tu ti occuperai degli inviti, dell’ufficio stampa e di tutto il resto. Il comune, da parte sua ci metterà l’impegno a farti rifare le locandine duecento volte, finché il logo del Comune non sarà esattamente 10 volte più grande del tuo nome, che pur essendo il curatore della mostra sarà inserito dopo l’ultimo degli sponsor.

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Ho smesso di organizzare mostre in Italia più di dieci anni fa. Più o meno nello stesso periodo mi capitarono due episodi. Il primo con un assessore alla cultura. Con un amico andammo a proporgli una mostra di illustrazione dedicata ai numerosi illustratori liguri (all’epoca abitavo ancora a Genova). Era la classica mostra “regionale”, ma molti talenti locali (circa un centinaio) lavoravano poi a livello nazionale ed internazionale, sparsi tra illustrazione, pubblicità e fumetto, e la mostra rischiava di essere molto interessante, soprattutto se riproposta come appuntamento ciclico.

L’assessore quell’anno si regalò con i soldi altrui una mostra da mezzo milione di euro

L’assessore fu subito entusiasta e si disse disponibile a sostenere l’iniziativa.
Poi tirò fuori un quadernino con il prezziario settimanale di tutte le sale a disposizione del comune.
Ci disse infatti che il Comune non poteva permettersi di sostenerci economicamente, ma poteva darci gli spazi. A pagamento.

Qualche mese più tardi l’assessore intercetterà una mostra di scultura che dalla Toscana si spostava verso la Francia, per esporla tre sole settimane in città, nel periodo delle feste natalizie. La mostra sarà un flop totale, totalizzerà a malapena qualche centinaia di visitatori e costerà al Comune mezzo milione di euro. Lo stesso comune che non aveva i soldi.
La scultrice era l’artista preferita dell’assessore che quell’anno si regalò per Natale, con i soldi altrui, una sua mostra da mezzo milione di euro. L’unica consolazione può essere che si trattò di un capriccio culturale e non di una vacanza alle Maldive spacciata come trasferta, ma siamo lì.

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Qualche tempo dopo, la più importante biblioteca genovese mi chiama per definire finalmente gli ultimi dettagli di una mostra di vignette che gli ho proposto circa un anno prima. Parliamo per un’ora dell’allestimento che avevo proposto, piuttosto originale, degli inviti, del compenso e di tutto il resto. Ci salutiamo e me ne vado.
Sto per uscire dalla biblioteca quando un usciere mi ferma. Mi chiede: «Lei è Davide Calì? La vorrebbero su nell’ufficio del direttore. Si sono dimenticati una cosa».
Io torno su e trovo le stesse persone che ho salutato cinque minuti prima con un’aria dimessa e imbarazzata. Il fatto è che dopo un anno che parliamo di questa mostra e che visionano il materiale, si sono “accorti” che il tema della mostra è l’omosessualità.
Fatto non strano, visto che si è trattato, fin da principio, di una mostra di vignette gay.
Di quale altro tema potrebbero trattare delle vignette gay?

È un comune di sinistra, quando mai la sinistra ha avuto problemi con l’omosessualità?

Ovviamente non hanno nessun problema personale con l’omosessualità (del resto è un comune di sinistra, quando mai la sinistra ha avuto problemi con l’omosessualità?) però esporre le vignette in un luogo pubblico potrebbe esserlo perché, come mi dicono, «le persone devono poter scegliere di vedere la mostra».
Quindi niente mostra nei locali della biblioteca, al posto della quale mi offrono un seminterrato, con un allestimento tradizionale e più costoso, ma non c’è problema perché il costo supplementare sarà scalato dal mio compenso. Tutto risolto insomma.
Tranne per il fatto che la mostra non si farà mai.

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A distanza di anni in Italia nemmeno si discute più di come dividersi le spese, soldi non ce ne sono, quindi è scontato lavorare a zero budget. Però te lo dicono sempre dopo. Che si tratti di librerie o comuni, biblioteche o province, regioni o scuole, di una mostra o di un atelier, si comportano come se nulla fosse fino al momento di contrattare un compenso, o meglio fino al momento in cui gli chiedi un compenso.
Perché fino all’ultimo ci sperano, sul serio, che tu non glielo chieda.

Fino all’ultimo ci sperano, sul serio, che tu non glielo chieda il compenso

In alcuni casi in passato ci hanno provato a darmi qualche giustificazione, a convincermi, dicendo «abbiamo pochi soldi», «è un momento difficile», «abbiamo chiesto il finanziamento ma non ci è stato dato».
Ora semplicemente soldi non ce n’è, quindi non te ne offrono e danno per scontato che non ne chiederai, per non metterli in imbarazzo.

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Mia sorella mi raccontava anni fa di gente che andava in negozio in ciabatte, persone che per uscire di casa non si vestivano nemmeno, tanto prendevano il taxi. E si permettevano di uscire senza portafoglio. Così al momento di pagare il taxi le chiedevano di anticipare.
Era gente ricca, dei quartieri bene, gente che poteva spendere, ma non aveva mai soldi in tasca. Il tipo di gente che mette in conto, che manda poi la serva a pagare, o che si fa spedire la roba a casa e paga con comodo, se e quando gli va. Perché pagarti è una concessione, che ti fanno, dall’alto della loro nobiltà.

Gli editori: “ma se esci con noi ti fai pubblicità!”

In Italia tutti ormai si atteggiano a visconti e arciduchesse, gli sembra un privilegio che tu possa lavorare per loro gratis. Ci mancherebbe che chiedessi pure un compenso. Parecchi editori lo dicono chiaramente: ti paghiamo poco, ma se esci con noi ti fai pubblicità. Chi è più giovane e inesperto ci casca, anche consapevole di cedere a un sistema che ha un profilo indiscutibilmente mafioso, accetta, lavora per poco o gratis.
Ma è sbagliato.

L’editoria è un’attività imprenditoriale, e chi fa l’imprenditore non dovrebbe scaricare il rischio d’impresa sulle persone con cui intende lavorare. Dovrebbe procurarsi un capitale o non cominciare nemmeno. Quando le cose vanno male dovrebbe procurarsi altro capitale, oppure chiudere. Chi fa impresa dovrebbe semplicemente pagare il giusto, senza trovare scuse, come la crisi, le dimensioni ridotte dell’impresa, o il prestigio di quella più grande, per giustificare un lavoro pagato meno o niente. L’Italia invece è la patria dei debiti “spalmati” su attività collaterali, dei debiti quotati in borsa come se fossero beni reali, e delle case editrici che non pagano per partito preso.

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Anni fa feci causa a una grossa casa editrice per una somma di circa 11 mila euro che mi dovevano. Non è che non volessero pagarmi, semplicemente avevano smesso di farlo. Dopo una serie di solleciti informali, vista la lunga storia di collaborazione che avevamo avuto, passai tutto a un legale.
La casa editrice non si presentò mai alle udienze e non nominò nemmeno un legale.

Quello di non pagare, con le scuse più diverse e le trovate più originali, è un sistema tutto italiano

Un giorno prima dell’udienza finale, alla quale penso qualcuno dovesse presentarsi per forza, pena l’arresto, chiamarono il mio legale e si accordarono.
Pagarono in totale circa 16 mila euro, vale a dire la somma che mi dovevano, più gli interessi, più le spese legali, più l’onorario del mio legale, più IVA.
Ricordo che gli dissero: «Certo, lei è un po’ caro!».

Gli dissero anche che di cause negli ultimi tre anni ne avevano avute 13 e le avevano perse tutte e che la voce delle spese legali cominciava a pesare sul bilancio.
Tutte le persone alle quali ho raccontato questa storia hanno dato dello stupido all’editore, che alla fine ha pagato molto di più del dovuto, ma sbagliano. Chi in modo preordinato e continuativo non paga mai, ci guadagna eccome.
È una questione di metodo.

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Io alla fine ho preso i miei soldi, seppure con gli interessi, 2-3 anni dopo il dovuto. La cifra infatti si era accumulata da piccoli pagamenti inevasi nel tempo. La causa è durata circa 8 mesi, quindi è passato quasi un anno da quando avevano smesso di pagare.
Ovviamente ho anticipato le spese legali che mi sono state poi rese, ma per uno che fa causa e anticipa le spese ce ne sono dieci che lasciano perdere, magari per cifre minori, o per continuare a lavorare.
Quello di non pagare, con le scuse più diverse e le trovate più originali, è un sistema tutto italiano, lungamente consumato e non dovuto allo stato dell’economia attuale.

L’avvocato mise fine a ogni equivoco

Anni fa una casa editrice mi chiese delle illustrazioni per un libro. Dopo averle consegnate mi dissero che avevano deciso di aggiungere 16 pagine al libro e quindi aggiungere anche illustrazioni. Quando completai il lavoro, visto che avevo già fatturato il primo blocco di illustrazioni, chiesi come volevano procedere: dovevo fare una fattura per il saldo oppure una unica, annullando la prima?
Rimasero molto sorpresi. Non avevano pensato di dovermi dare dei soldi in più.

Mi chiesero se mi andava bene che il saldo per le nuove illustrazioni mi venisse pagato con il libro successivo, per il quale avevamo già firmato un accordo. Accettai.
Il mese dopo, finito il secondo libro, mandai la fattura alla quale sommai il saldo del primo libro.
La contabile mi disse che non capiva il calcolo. Dopo un breve scambio di mail venne fuori che per “prossimo libro” intendevano un altro ancora. Del quale però non avevamo mai parlato. Era un prossimo “eventuale” libro.
L’avvocato mise fine a ogni equivoco e pagarono regolarmente.

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È molto spiacevole lavorare così, e infatti ho smesso praticamente di lavorare con gli italiani. Ho un paio di editori con cui collaboro, qualche realtà in cui tengo workshop, ma è tutto. Non posso pensare di dover chiedere i miei soldi cinque o sei volte, quando va bene. Non sopporto di dover spedire una fattura tre volte perché le prime due va regolarmente persa e di dover cercare su internet numeri di telefono e indirizzi mail di persone che a un certo punto traslocano e non pensano di avvisarti.

Lo faccio anche se so che mi prendono in giro?

In Francia sono le case editrici che ti mandano la documentazione, devi solo firmare e versano i soldi. Le riviste francesi di fumetto pagano nel mese precedente a quello di pubblicazione di una storia. Mentre scrivo queste righe puntuale arriva la conferma: a novembre comincia una mia nuova serie a fumetti su Fluide Glamour. Il pagamento del primo episodio è entrato stamattina.

In Italia la regola credo imponga di pagare non oltre i 90 giorni, ma io quando facevo umetti in Italia avevo fatture evase anche dopo un anno e mezzo.

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Per chi si sente chiedere una collaborazione gratuita o sottopagata il dubbio è sempre lo stesso: lo faccio anche se so che mi prendono in giro, per poter dire di aver fatto qualcosa, o lascio perdere? Idem per chi si trova nella situazione di avere un credito che l’editore o il committente di un lavoro non sembra voler pagare: fargli causa o lasciar perdere?

Se oggi gli faccio del lavoro gratis, domani non mi chiamerà per offrirmene uno pagato

In questo caso la paura di essere “segnalato” come piantagrane gioca un ruolo fondamentale. In tanti mi hanno detto «Non faccio nulla, non vorrei che poi girasse la voce che rompo le scatole, e non mi fanno lavorare più».

Ma questa paura è fuori luogo. Personalmente non credo di aver perso lavoro da quando un avvocato si occupa di farmi recupero crediti. Se mai ne ho guadagnato, perché anziché perdere tempo dietro persone dalle quali è difficile farsi pagare, mi concentro sul lavorare con persone serie. Alla fine l’avvocato poi lavorò solo per un anno circa, risolvendo una serie di situazioni pendenti che non si sono ripetute, perché da allora ho scelto diversamente i miei committenti.

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Quanto al lavorare gratis, penso che se la persona a cui rifiuto una collaborazione gratuita non mi chiama più, non sarà una gran perdita. Dubito che se oggi gli faccio del lavoro gratis, domani mi chiamerà per offrirmene uno pagato.
Se lavoro gratis, lo faccio solo nell’ambito di un progetto in cui decido di entrare e di investire il mio tempo perché mi interessa. Se è chiaro fin da subito che non ci sono soldi nell’immediato, ma si investe tutti insieme in qualcosa, può andarmi bene.

Basta cominciare a dire di no. Niente budget? Niente lavoro

Alcune persone, quando racconto queste cose, contestano il fatto che io ormai sono “grande”, sono conosciuto, posso permettermi di fare quello che voglio.
Aldilà del fatto che non sono evidentemente ancora abbastanza “grande” perché le persone smettano di propormi collaborazioni gratuite (smetteranno mai?), penso che ognuno “cresca” quando decide di farlo. Lavorare gratuitamente vi àncora a un’età adolescenziale che può prolungarsi anche molto a lungo.

A un certo punto bisogna semplicemente decidere di diventare “grandi”.
Basta cominciare a dire di no.
Niente budget? Niente lavoro.

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tutte le immagini © Davide Calì


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