Pitti | Volta preview

18.1.2012 / Simone Sbarbati / moda
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Così arrivammo al Red Drum, una tavolata di birra, cioè poche, e tutte le bande che entravano e uscivano e pagavano un dollaro e un quarto alla porta allo smargiassetto hip che prendeva i biglietti, Paddy Cordavan, che galleggiava come profetizzato (un sotterraneo tipo frenatore grosso alto biondo da Washington Est con l’aria da cow-boy e i calzoni di tela un tipo che tutte le volte che andavo a una festa della generazione dove ci fosse casino e streppa e mattana bastava che gridassi “Paddy Cordavan?” e lui “Uhei!” e saltava fuori) tutti seduti assieme, gruppi interessanti ai vari tavoli, Julien, Roxanne (una donna di venticinque anni che preannuncia il futuro stile delle americane: capelli corti quasi a spazzola ma con riccioletti neri serpentini, passo di serpente, faccia pallida pallida anemica drogata: e noi si dice drogata e un tempo Dostoevskij avrebbe detto cosa se non ascetica, santa? ma poi non è lo stesso in fondo? Dunque: il viso freddo fanatico pallido della fredda ragazza melanconica che porta una camiciola bianca da uomo ma coi polsini disfatti sbottonati. Sì, così la ricordo, sporgersi per parlare a qualcuno dopo aver attraversato la pista a forza di urtoni, chinarsi a parlare con la mano che tiene la cicca e la scossa breve netta che le dava per buttarne giù la cenere ma era un tic, di continuo, con lunghe unghie, lunghe tre centimetri e un po’ tipo orientale e tipo serpente) – gruppi di tutti i generi e Ross Wallenstein, la folla e sulla pedana Parker the Bird con gli occhi solenni [..]

da I sotterranei di Jack Kerouac

Dopo tutto il casino del baraccone Pitti, tra buyer tenuti in piedi dall’adrenalina, espositori dagli sguardi felini in overbooking d’attenzione, giornalisti che girano per inerzia con l’attività cerebrale ridotta al minimo indispensabile (tipo orso in letargo o pisolino post-abbuffata), mostruosi fashionisti che si mettono in posa al solo accenno di una macchina fotografica o un telefono tirato fuori da una borsa, pr con lo scanner impiantato negli occhi che saprebbero dirti se hai un bottone scucito pure se è nascosto sotto alla giacca, masse di piedi che si muovono struscianti al ritmo di una batteria “spazzolata” sui tappeti e le moquettes per poi trasformarsi in allegre e scroscianti maracas sulle distese di breccia bianca che diventa rosa sotto i raggi del sole al tramonto, quando il chiasso sfuma pian piano in un brusio prima di accendersi di nuovo e trasferirsi in qualche negozio o locale del centro dove la festa continua in mille varianti e ciascuno sceglie dove andare a spiaggiarsi in base al momento, alla compagnia, al mood e agli inviti che hai in saccoccia, al chi c’è / chi non c’è, al lì devo / là non posso.

All’istinto, pure, che come avesse seguito la scia di un vecchio pezzo be bop, mi ha preso per mano ed accompagnato in mezzo ai vicoli fino al party di Volta, dove il jazz c’era per davvero, insieme ad un’atmosfera rara e d’altri tempi, in un vecchio negozio che profumava di legno, vino e vinili per una delle feste più rilassate – è il caso d’adoperare, stavolta, l’abusatissimo cool, mutuandolo però non dal calderone modaiolo bensì proprio dal jazz – e riuscite (testimone il fatto che dopo esser finite le scorte di alcolici la gente sia rimasta lì a godersi musica e compagnia) di quelle giornate fiorentine.

L’occasione era ovviamente la presentazione dell’ultima collezione, ispirata niente meno che all’era beat, al jazz dei sottoscala, a Kerouac e al suo libro-manifesto The Subterraneans, regalato poi, per la meraviglia di tutti e per qualcuno – me tra questi – in preda all’emozione (che dono inaspettato: un libro al Pitti!) assieme alla cartella stampa.
“I sotterranei” dice Kerouac “sono hip ma non esibizionisti, intelligenti ma senza pedanterie intellettuali fin nelle dita dei piedi e sanno tutto-tutto su Pound eppure non la mettono dura e non si parlano addosso in continuazione, sono tranquilli e silenziosi e come tanti Cristi”.

La collezione, lo vedi da solo, è una meraviglia. Suola in Vibram per camminare meglio e tanto (pure on the road, se vuoi), ri-edizioni dei pezzi classici e i nuovissimi special jacquard (che arrivano direttamente dagli archivi Limonta).
E dopo vino, musica, piedi che battono a ritmo e parole che volano sopra alla musica ci s’incammina, con calma e lentamente, verso la prossima tappa.

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autore | Simone Sbarbati

33 anni, papà, editor-in-chief di frizzifrizzi, fumatore di pipa, ossessionato da catalogazione e contesto, rispondo alle mail con malavoglia e in ritardo. Per pranzi "professionali" (le virgolette non sono a caso) mi trovi su Let's Lunch.

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