Pitti vs. Tokyo | Blackmeans

17.1.2012 / Simone Sbarbati / moda
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E già t’immagini legioni di giappo-punkettoni barcollare in parcheggi sotterranei sotto il peso di chiodi borchiati, toppati, spillati, aerografati, ennesima ed eterna ri-rappresentazione delle sottoculture occidentali che va oltre l’omaggio e l’imitazione ma si spinge verso i territori della voracità culturale – aiutata da un metabolismo rapido come quello di un diciassettenne davanti a un trogolo di maccheroncini al fumè – e finisce quasi sempre per superare a destra l’originale.
Nel caso del punk, loro hanno saputo contaminarlo a tal punto da renderlo paradossalmente ancora più puro. Sicuramente più vivo del nostro. E già negli anni ’80 sperimentavano fusioni con la cultura cyber (prima di Tetsuo: guardati Burst City di Sogo Ishii, una specie di Derek Jarman giapponese).

Ed è proprio in quel marasma di spilloni, mondi post-atomici, bikers allucinati e bands con nomi come The Stalins, The SS, Friction, che va a pescare l’immaginario di Blackmeans, marchio fondato nel 2008 da Yujiro Komatsu, gran personaggio che ti consiglio di vedere/ascoltare nel video qua sotto, nel quale racconta la collezione FW2011.

photos Simone Sbarbati

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autore | Simone Sbarbati

33 anni, papà, editor-in-chief di frizzifrizzi, fumatore di pipa, ossessionato da catalogazione e contesto, rispondo alle mail con malavoglia e in ritardo. Per pranzi "professionali" (le virgolette non sono a caso) mi trovi su Let's Lunch.

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